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Conservatori e bonapartisti

La reale portata storica e filosofica del bonapartismo è quella di cristallizzare i principi rivoluzionari ad un dato stadio del loro sviluppo e di presentarli come «il massimo della conservazione, della “destra” possibili», facendone il cuore del proprio programma. Questo, quando ha successo, comporta l’assoluta delegittimazione di qualunque critica ai principi rivoluzionari…

di Carlo Manetti

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zznapoleone_1804Alessandro Gnocchi, nel rispondere a Franco Cabboi, in «Fuori moda» di martedì 7 aprile, accenna, fugacemente, a «chi oggi vuole “conservare” le rivoluzioni bergogliane dopo aver “conservato” le timide frenate ratzingeriane, dopo aver “conservato” gli slanci vitalistici wojtyliani, dopo aver “conservato” gli amletici dubbi “montiniani”, dopo aver “conservato” le profetiche aperture roncalliane e poi più nulla perché, secondo questi “conservatori”, ciò che è stato prima del Concilio Vaticano II non sarebbe da “conservare” neanche in un museo», lamentando come il termine «conservatore» abbia assunto, almeno all’interno del cosiddetto «mondo cattolico» (ma, come cercheremo di dimostrare, non solo), un significato equivoco. Questo accenno merita, a nostro modesto avviso, di essere ripreso e approfondito.

Coloro che conservano i portati della Rivoluzione, vestendoli con panni, lato sensu, “di destra”, tesi a rassicurare le persone scosse dalla rapidità dei mutamenti, vengono giustamente definiti «bonapartisti», anche in contesti geografici esterni alla Francia ed in contesti storici posteriori all’Ottocento. Questa apparente forzata estensione concettuale del termine si giustifica in una più profonda comprensione del concetto stesso di «bonapartismo», concetto che, al tempo stesso, concorre a meglio spiegare.

Il bonapartismo non è solo e, neppure, principalmente un’idea politica, ma è una condizione spirituale, un moto dell’anima; si potrebbe quasi affermare che il bonapartismo non sia altro che il tentativo di tradurre in termini collettivi e, quindi, lato sensu, politici, il concetto di aurea mediocritas di oraziana memoria. Questa traduzione comporta, inevitabilmente, il suo passaggio da una dimensione oggettiva ad una soggettiva. In Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.), essa è il riflesso poetico del principio aristotelico della virtù come linea mediana fra due vizi opposti, che, in ossequio alla lettura pragmatica del realismo, tipica del mondo latino, eleva il senso comune[1] a regola di vita; il senso comune è qui inteso, ovviamente, come la capacità della ragione di diffidare di tutti quegli istinti della mente che la vorrebbero condurre a compiacersi di più o meno brillanti forzature, capacità che conduce l’uomo all’equilibrio. In questa concezione, però, viene data per scontata l’oggettività del reale e, dunque, l’equilibrio non consiste nel punto intermedio fra le varie opinioni, punto, oltretutto, da ritracciare in ogni momento, ma, più intimamente e più spiritualmente, nel distacco dalle passioni, anche intellettuali, e nel continuo dominio della ragione sugli istinti: l’equilibrio è un vertice ascetico e lo stesso utilizzo del termine mediocritas ne esalta, con la fine ironia del contrasto, il valore di meta spirituale, molto ardua da conquistare.

Il bonapartismo, invece, nato, non a caso, dopo l’Illuminismo, traduce tutto ciò nel disincantato distacco da ogni ricerca del vero, nel pragmatico equilibrio tra novità e conservazione. Paradossalmente, ma neppure troppo, il bonapartismo si traduce, proprio per la sua indeterminatezza, in una più coerente ed estremistica applicazione dei principi del pensiero moderno, anche rispetto allo stesso giacobinismo, poiché questo, come tutti gli immoralismi positivi, contrappone dei falsi principi e dei falsi valori ai veri principi ed ai veri valori, ma non nega (anzi, a contrario, riafferma con vigore) l’esistenza di principi e valori di per se stessi immutabili; il bonapartismo, invece, postula la completa ed assoluta dipendenza dei valori e dei principi dalle circostanze di fatto.

Questa affermazione potrebbe apparire astratta, quasi applicazione meccanica di pregiudizi ad una realtà, invece, molto più viva e complessa. In realtà, però, non è così. Storicamente, fin dal suo primo sorgere, il bonapartismo asservì i principi all’utilità, personale e collettiva, in un continuo tentativo di cristallizzazione e conservazione dell’esistente, nell’illusione o nella propagandistica affermazione del velleitario tentativo di fermare lo sviluppo delle idee accettandone ed esaltandone i principi embrionali. Storicamente, Napoleone Bonaparte (1769-1821) rappresenta, almeno da quando diviene Primo Console (9 novembre 1799), l’inventore e, al tempo stesso, il più brillante applicatore di tali principi. Sempre egli si presenta come colui che ferma gli estremismi della Rivoluzione, ma, al contempo, ne ribadisce i principi. Fa rientrare parte della nobiltà e vara il Codice Napoleone (1804), ufficialmente Code civil des Français, nel quale struttura una società ed un’economia liberali e borghesi; pone fine alle più sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e, di fatto, la assoggetta al potere politico; si proclama Imperatore e aggiunge al titolo il partitivo «dei Francesi», con l’implicita contraddizione nazionalista al principio dell’universalità imperiale; chiama il Papa per la sua incoronazione e, poi, si incorona da solo, contraddicendo il principio di derivazione divina del potere, che tutta quella cerimonia avrebbe dovuto significare…

La reale portata storica e filosofica del bonapartismo è, quindi, quella di cristallizzare i principi rivoluzionari ad un dato stadio del loro sviluppo e di presentarli come «il massimo della conservazione, della “destra” possibili», facendone il cuore del proprio programma. Questo, quando ha successo, comporta l’assoluta delegittimazione di qualunque critica ai principi rivoluzionari, critica che viene presentata, al tempo stesso, come irrazionale tentativo di far risorgere un passato ormai morto, passato che, anche potendo, non sarebbe “giusto” restaurare, e come alleata inconscia della “sinistra”, dell’estremismo rivoluzionario, poiché, non sostenendo o, addirittura, ostacolando l’azione dei bonapartisti, di fatto li indebolisce nello scontro con l’ala sinistra della Rivoluzione.

Questo pragmatismo, come si accennava, lungi dall’essere una efficace risposta all’avanzare della Rivoluzione, ne è uno strumento di conservazione e di sviluppo. I principi rivoluzionari avanzano sempre secondo una logica sinusoidale e mai secondo una direttrice lineare; è divenuta proverbiale l’affermazione secondo la quale la Rivoluzione fa due passi avanti ed uno indietro. Risulta, quindi, evidente che cristallizzare i principi rivoluzionari ad un certo stadio di sviluppo e presentarli come «il massimo di controrivoluzione possibile» non pone un limite alla crescita della Rivoluzione stessa, ma pone un limite, molte volte invalicabile, all’azione controrivoluzionaria o, addirittura, alla stessa possibilità di concepirla, con il risultato pratico che, una volta rafforzatesi a sufficienza, le forze eversive riprenderanno il loro cammino, puntellate e sorrette, quanto meno sui valori di fondo, da quelle forze che avrebbero, istituzionalmente, il compito di contrastarle.

L’efficacia del bonapartismo e, conseguentemente, il suo apporto alla causa rivoluzionaria dipendono dalla sua capacità di attrarre nella propria orbita persone e movimenti che, per loro natura, si oppongono all’eversione. Questa capacità attrattiva dipende da svariati fattori, sia di natura pratica che di natura mentale e spirituale. Dal punto di vista pratico, accade, normalmente, che i bonapartisti rappresentino la più importante (in senso numerico) forza che si oppone all’estremismo rivoluzionario. Può anche accadere che ottengano alcuni effetti pratici, anche importanti, se non, addirittura, insperati: si pensi, a titolo di esempio, alla cessazione delle più efferate persecuzioni anticattoliche realizzata da Napoleone Bonaparte. Questi risultati hanno il duplice effetto di indurre i nemici della Rivoluzione a pensare, da un lato, che essi siano il preludio di altri e più significativi passi verso il ritorno ad una società naturale e, dall’altro, a predisporsi ad una pressoché incondizionata fiducia nei confronti dei bonapartisti e, in modo particolare, del loro capo pro tempore.

Dal punto di vista mentale ed umano, invece, la maggioranza delle persone tende ad attribuire ai processi storici e politici i medesimi criteri e le medesime logiche che caratterizzano loro stessi. Essi sono, quindi, propensi a credere che anche i processi rivoluzionari, come farebbero loro uti singuli, siano disposti ad addivenire ad un ragionevole compromesso: accettati i loro principi di base, essi dovrebbero acconsentire a considerarli come un punto di arrivo e non come la piattaforma, partendo dalla quale, richiedere sempre nuove concessioni. L’errore che consente il successo dei bonapartisti è una sorta di antropomorfismo dei processi storici. Questi acquisiscono di per se stessi una loro logica interna, che tende a prescindere sempre di più dalla logica strategica degli uomini che li hanno iniziati o che li incarnano: è quella che la Teoria dei giochi definisce come «la logica del gioco che si impone alle logiche dei giocatori».

Questi meccanismi operano nella medesima maniera in ogni tipo di rivoluzione, tanto sul piano politico, quanto su quello ecclesiale. Sul piano politico, possiamo citare, come esempio comune a tutto l’Occidente cristiano, mondo anglosassone escluso, l’esperienza politica democristiana. Sempre ed ovunque la Democrazia Cristiana ha raccolto il consenso dell’elettorato moderato e conservatore, contrario al comunismo ed al socialismo ed ha svolto, invece, politiche tese alla pacificazione con queste idee e questi valori, quando non ne ha cavalcato le aspirazioni, quanto meno in campo economico; di quest’ultima e più estremistica interpretazione del ruolo bonapartista della Democrazia Cristiana possiamo citare, ad esempio, la politica di vaste nazionalizzazioni compiuta dal primo Governo Moro.

Che una dottrina tesa a politicizzare un principio filosofico etico spirituale possa trovare larga applicazione nel campo politico è comprensibile, ma che essa trovi applicazione all’interno della Chiesa è, quanto meno, sorprendente. Le logiche della Rivoluzione e, conseguentemente, della Controrivoluzione non dovrebbero trovare cittadinanza nel Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, poiché diverse e, per certi aspetti, antitetiche sono le linee guida che dovrebbero presiedere al governo del Sole della Luna[2]. Il fatto stesso che il bonapartismo, logica politica direttamente conseguente alla Rivoluzione illuminista, trovi applicazione all’interno della Chiesa, come ha mirabilmente sintetizzato il dottor Gnocchi nel brano che abbiamo citato in apertura, dimostra come avesse assolutamente ragione il Cardinale belga Léon-Joseph Suenens (1904-1996), maggiore esponente, durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), della riconciliazione della Chiesa con il mondo e non viceversa, quando affermava che il «Vaticano II è l’89 della Chiesa».

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[1] Il senso comune può anche essere detto, più familiarmente e con minori richiami filosofici, «buon senso». La sua importanza nello scontro tra Tradizione e pensiero moderno è, a nostro modesto modo di vedere, ben sintetizzata da due aforismi. René Descartes, latinizzato in Cartesio, (1596 1650) diceva: «Il buon senso è la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d’esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno»; e Jean de La Bruyère (1645-1696) gli rispondeva: «Ridere degli uomini di buon senso è privilegio degli sciocchi».

[2] La «teoria del Sole della Luna» è la dottrina politica medievale, secondo la quale l’Impero, rappresentato simbolicamente dalla Luna ed archetipo di ogni potere politico legittimo, trae la sua luce dal Papato, rappresentato simbolicamente dal Sole, senza esserne, però, mai completamente assorbito e conservando sempre una sua autonomia, che non deborda mai in indipendenza.

Padova, 18 aprile 2015

Sarà dedicato a Mario Palmaro il convegno su “Società, famiglia, Chiesa: un’unica crisi?”, che si terrà a Padova sabato 18 aprile, organizzato dal Comitato “Nel nome dell’infanzia” e dall’Associazione “Famiglia Domani”.
I tre relatori, Carlo Manetti, Alessandro Gnocchi e Roberto de Mattei, tratteranno i temi di stringente e drammatica attualità della famiglia, dell’incompatibilità tra il messaggio cristiano e il linguaggio del mondo, e della rovina dell’uomo che disconosce la sua condizione di creatura.
Il cedimento alla follia del nichilismo ha già generato leggi disumane e si prepara a generarne altre, percorrendo un cammino di autodistruzione attraverso l’omosessualizzazione della società, l’imposizione della corruzione della gioventù fin dalla scuola materna, la protervia della demenziale “cultura” del gender.
Una società secolarizzata si rifugia nella deificazione della “legge” come strumento capace di creare il bene e il male, procedendo verso un disumano totalitarismo. La risposta dei cattolici è spesso debole, se non assente o inquinata dalle vili scelte sul “male minore”.
Il convegno del 18 aprile si propone come momento di riflessione sull’attualità drammatica e di proposta degli strumenti necessari per arrestare questo cammino di morte.
Arrivederci, numerosi, a Padova, sabato 18 aprile!

 

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Roma, 13 dicembre 2014

IL COMITATO DELL’IMMACOLATA

organizza

CONVEGNO SU

“LA CRISI DELLA FAMIGLIA E IL CASO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA:

UNA LETTURA A PIU’ VOCI ALLA LUCE DEI RECENTI AVVENIMENTI ”

 

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Roma, sabato 13 dicembre 2014, ore 16,00

Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia

Sala Alessandrina

(ingresso da Lungotevere in Sassia, 3 – rampa di fianco all’Ospedale di Santo Spirito)

 

Roma, 13 dicembre 2014 – Il Comitato dell’Immacolata, prosegue con le iniziative in favore dei Fondatori dei Francescani dell’Immacolata, padre Stefano Maria Manelli e padre Gabriele Maria Pellettieri.

La Sala Alessandrina del Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia ospiterà il convegno, tenuto da laici, sulla tematica della crisi della famiglia nel contesto del Sinodo dei Vescovi e del caso dei Francescani dell’Immacolata.

I lavori avranno inizio alle ore 16,00 e si svolgeranno in un’unica sessione.

“Il tema del convegno è “La crisi della famiglia e il caso dei Francescani dell’Immacolata: una lettura a più voci alla luce dei recenti avvenimenti”.

Potrebbe meravigliare un convegno con questo titolo in cui si compara la crisi della famiglia con il caso dei Francescani dell’Immacolata, invece non deve sorprenderci perché sia la famiglia umana, sia la famiglia religiosa sono oggetto di un attacco che si sostanzia nel tentativo di sgretolare i fondamenti costitutivi del loro esistere.

L’aggressione ai capisaldi della famiglia umana e religiosa non comincia da oggi. Già da tempo si è avviato un processo finalizzato alla loro destabilizzazione. L’amore coniugale, che ha come fondamento la stabilità, è stato progressivamente eroso, per essere sostituito da ciò che viene definito amore liquido; un amore intercambiabile, che non dura per sempre perché collegato alla fragilità dei capricci umani. La complementarietà dell’identità sessuata è tre volte sconfessata; è negata sia nella relazione di coppia, sia nella ricaduta sull’educazione dei figli, sia in quanto funzionale per un corretto sviluppo dell’identità e percezione di sé, contrariamente a quanto dimostra la psicologia dell’età evolutiva.” (tratto dalla Premessa di Claudio Circelli).

Modererà il Dott. Claudio Circelli, il quale introdurrà con il tema “La crisi della famiglia e il caso dei Francescani dell’Immacolata. Quali legami?”.

Seguiranno gli interventi di:

Corrado Gnerre

“Le radici filosofiche dell’attacco alla famiglia e le loro conseguenze nella vita religiosa”

Carlo Manetti

“Le radici storiche dell’attacco alla famiglia”

Guido Vignelli

“La famiglia, piccolo Stato e Chiesa domestica. Premesse culturali e religiose per la sua difesa politica”

Elisabetta Frezza

“La verità della famiglia incatenata nelle parole contraffatte”

Piero Mainardi

“Il debole paradigma cattolico di oggi”

 

Tutte le relazioni finali degli interventi sono state raccolte nel volume “LA CRISI DELLA FAMIGLIA E IL CASO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA: UNA LETTURA A PIU’ VOCI ALLA LUCE DEI RECENTI AVVENIMENTI ” – a cura del comitato dell’Immacolata, che verrà donato ai partecipanti al termine dei lavori.

 

Corrado Gnerre da tempo scrive testi di Apologetica Cattolica. Collabora su riviste come Radici Cristiane e Il Settimanale di Padre Pio. Ha fondato Il Cammino dei Tre Sentieri. Per sua stessa ammissione il professore Gnerre si sente molto vicino alla spiritualità dei Francescani dell’Immacolata e in particolar modo alla persona di padre Stefano Manelli. Ed è per questo che ha accettato volentieri l’invito ad essere qui tra noi.

Carlo Manetti si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino.

È sposato con Cristina Siccardi ed ha due figli, Stefano ed Elena.

Tiene, in varie città italiane, conferenze su temi riguardanti le Relazioni internazionali, le Culture dei popoli, le Religioni e, più in generale, il Pensiero. Insegna «Relazioni internazionali» all’Università della Terza Età di Torino e «Riverberi della Storia» all’Università della Terza Età di Collegno (TO).

È medaglia d’oro dell’Accademia del Fiorino di Prato (Fi), vincitore del Premio «Catania ed il suo vulcano» dell’Accademia Ferdinandea Scienze – Lettere – Arti di Catania, membro d’onore della Società Storica Catanese, membro dell’Accademia Costantiniana di Lettere, Arti e Scienze di Palermo, socio del Centro Culturale Amici del Timone di Rivarolo Canavese ed iscritto ad Io amo l’Italia.

Guido Vignelli, allievo di Augusto Del Noce, è studioso etica, filosofia politica e scienza delle comunicazioni. Nel 1982 è stato tra i soci fondatori del Centro Culturale Lepanto e nel 1987 dell’associazione Famiglia Domani. Dal 1993 al 2013 ha diretto il Progetto SOS Ragazzi. Dal 2001 al 2006 è stato membro della Commissione di Studio sulla Famiglia istituita dalla Vicepresidenza del Consiglio dei Ministri. Nel 2004 ha contribuito a fondare la rivista mensile Radici Cristiane, della quale è stato redattore per i primi due anni. Attualmente collabora con la Commissione Parlamentare Bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza, con le associazioni Tradizione Famiglia Proprietà (Parigi-Roma) e Fraternità Cattolica – Fondazione Il Giglio (Napoli), con i siti internet Riscossa Cristiana e Totus Tuus – Pagine Cattoliche (Milano) e con riviste come Il Timone (Milano), Fides Catholica (Firenze) e Il Settimanale di Padre Pio (Frigento). Cura una rubrica mensile nella Radio Kolbe e nella Radio Buon Consiglio.

Elisabetta Frezza è Laureata in Giurisprudenza nell’università degli Studi di Padova ed è dottore di ricerca in diritto processuale civile. Moglie e madre di famiglia. Scrive su Riscossa Cristiana e Effedieffe.

Piero Mainardi vive a Livorno. È laureato in Lettere moderne, con una tesi su Jacques Maritain e il dibattito sulla Cristianità nel cattolicesimo italiano, premiata a Milano nel 1997 con il Premio “Amici dell’Opera del Duomo”. Studioso del pensiero cattolico, membro dell’Associazione Cristo Re impegnata nella diffusione e nella valorizzazione della Liturgia antica, collabora con Il Corriere del Sud. E’ autore del volume “L’amore di Dio, dal Sacro Cuore alla Divina Misericordia” con prefazione del card. Raymond Leo Burke, D’Ettori Editore.

Claudio Circelli è laureato in sociologia, tre specializzazioni post-lauream, l’ultima in psicologia penitenziaria. Padre di tre figli; è insegnante di scuola elementare nelle Istituzioni carcerarie.

 

In Corde Matris

Il Comitato dell’Immacolata

 

Per informazioni: comitatoimmacolata2014@gmail.com

Risposta alle obiezioni di Carlo Manetti

Carlo Manetti, insieme alla consorte Cristina Siccardi, si occupa della questione del Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata, sin dai suoi albori.

Ignari dell’intrigante movente di siffatta e indebita ingerenza, in merito all’articolo pubblicato l’ 8 luglio scorso su “Corrispondenza Romana” a firma di Carlo Manetti, si precisa quanto segue:

1) La supposta “degiuridizzazione della Chiesa” asserita dall’Autore avverrebbe se si dessero delle fattispecie concrete non regolate dal suo ordinamento, mentre la norma emanata dal Commissario Apostolico si propone precisamente di evitare un vuoto nella normativa vigente nell’Istituto.

2) Tale norma non è stata emanata in contraddizione con il principio della gerarchia delle fonti del Diritto poichè essa dettaglia quelle contenute negli Statuti, e non contraddice assolutamente quanto essi dispongono.

3) Il principio per cui, essendo la Chiesa “societas perfecta” , il suo ordinamento non può recepire norme di diversa origine viene rispettato, in quanto la disposizione in oggetto risulta emanata da un’ Autorità Ecclesiastica quale il Commissario Apostolico.

4) Carlo Manetti denunzia una supposta concezione leninista del Diritto nell’operato delle nostre Autorità: a tale riguardo ricordiamo come secondo tale concezione esiste  un quarto Potere aggiunto al Legislativo, all’Esecutivo e al Giudiziario, cioè quello attribuito al Partito, incaricato di valutare la legittimità degli atti compiuti dagli altri Poteri in base al proprio criterio; è però precisamente tale criterio che egli invoca per asserire la presunta illegittimità della disposizione in oggetto, qualificandola come “ingiusta” solo in base alla propria valutazione soggettiva.

 

 I coniugi Carlo Manetti e Cristina Siccardi

 

Fonte: www.immacolata.com

Cerrione (BI), 6 dicembre 2014

Biella 6dic2014

Carlo Manetti prende parte all’incontro-dibattito sul tema “La persecuzione dei Frati Francescani dell’Immacolata”, organizzato dall’Associazione culturale “Territorio e Ambiente” in collaborazione con il Movimento Cristiano Lavoratori.

Torino, 20 novembre 2014

La «ricerca scientifica non può esaurire l’intera gamma dello scibile» umano. Questa affermazione, contenuta a p. 40 del volume «Charles Darwin. Genio o cattivo maestro (Una lettura senza paraocchi per costruire un mondo migliore)» del professor Franco Manca, edito da Europa Edizioni, è, al tempo stesso, un’ovvietà ed il grido della ragione umana contro le gabbie in cui lo scientismo contemporaneo la vuole rinchiudere. «Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate» diceva Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), con profetica lucidità. Quei tempi, purtroppo, sono quelli in cui ci è dato di vivere, nei quali il razionalismo scientista tende ad uccidere ogni capacità di ragionamento. In questi tempi, dunque, ciò che è apparso ovvio per millenni, ed ovvio appare a chiunque si lasci guidare dalla ragione e non dal luogo comune, necessita di essere affermato e difeso.

Una delle forme di più palese violazione della non autosufficienza della ricerca scientifica è, senza dubbio, l’evoluzionismo. Esso, come tutte le plateali negazioni della verità, contiene, al suo interno, errori uguali e contrari; pecca tanto per eccesso, quanto per difetto;  pretende di paludare da scienza ciò che non ha la benché minima dimostrazione empirica, né può averla e, al tempo stesso, pretende di elevare questa pseudoscienza a livello di verità metafisica, negando, addirittura, il diritto etico a porla in discussione.

Il citato testo del professor Manca, che sarà presentato e discusso giovedì 20 novembre alle 16.00, nella sala d’onore Aldo Viglione di palazzo Lascaris, sede della Regione Piemonte a Torino, in Via Alfieri 15, si presenta, al medesimo tempo, come un’ampia e documentatissima analisi quasi conclusiva dell’evoluzionismo, tanto sotto il profilo scientifico, quanto sotto quello filosofico e dottrinale, e come lo sperato punto di partenza per un più ampio approfondimento del significato della scienza, dei limiti del suo oggetto, del suo rapporto con le altre branche del sapere umano e, soprattutto, con la filosofia e la metafisica.

Per far conoscere quest’opera e per contribuire a porla all’attenzione del mondo intellettuale, oltre che della gente comune, si confronteranno la dottoressa Roberta Bruni, vedova del professor Manca, che metterà in luce gli aspetti intellettuali ed umani dell’autore, il professor Alberto Manca, il dottor Mauro Carmagnola, il professor Valentino Castellani, già sindaco di Torino, ed il dottor Carlo Manetti, collaboratore del nostro sito.

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Charles Darwin. Genio o cattivo maestro  –  di Franco Manca – Europa Edizioni  (pag. 450, € 18,90)  –  per acquisti on line inviare una mail a info@riscossacristiana.it . Per le modalità di pagamento, clicca qui

TO 20nov2014

Vicoforte (CN), 8 novembre 2014

9 NOVEMBRE 1989 LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

La conferenza si terrà l’8 novembre con inizio alle ore 20.00

presso la Sala Beata Paola del Santuario di Vicoforte (CN).

INTRODUCE: 

TOMATIS Carla 

 

MODERA:

PANERO Massimiliano 

(giornalista e pubblicista)

 

INTERVENGONO:

Tema: I crimini di guerra dei sovietici ai danni della popolazione tedesca al termine del secondo conflitto mondiale:

Il caso della Whilelm Gustloff

FORNO Alessandro – relatore

(Consigliere Comunale di Murello – Appassionato del settore tecnico navale)

Dott. GRIVA Luigi – coadiuvatore

(storico della marina sabauda)

 

Tema: La resistenza delle nazioni occupate contro i sovietici, la morte del principio di autodeterminazione dei popoli

Prof. Dott. INGRAVALLE Francesco

(Ordinario di Storia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Alessandria)

 

Tema: La figura di Giovanni Paolo II ed il suo intervento per la caduta del muro di Berlino – I Savoia e la resistenza antisovietica; la figura di S.A.R. Simeone II

Dott.ssa SICCARDI Cristina

(Autrice di 54 biografie storiche, Autrice del libro “Giovanni Paolo II. L’uomo ed il Papa” – Paoline editoriale Libri 2011- e del libro “Giovanna di Savoia; Dagli splendori della Reggia all’amarezza dell’esilio – Paoline editoriale libri 2001 con prefazione di S.A.R. Re Simeone II)

 

Tema: La caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda ed il ritorno alla democrazia

Prof. Dott. MANETTI Carlo Luigi Maria

(Dottore in Giurisprudenza – Professore UniTer di Collegno e Torino – Cultore di storia e diritto)

 

SALUTA:

TOMATIS Carla 

Il cardinal Betori dice no a padre Lanzetta e alla Messa in latino. Domenico Rosa intervista Carlo Manetti

Giovedi 25 settembre 2012 a Firenze sarà presentato l’ultimo libro dell’ex priore di Ognissanti “Il Vaticano II: un Concilio pastorale” delle Edizioni Cantagalli

intervista di Domenico Rosa

zzpdrsrfAnche le suore Francescane dell’Immacolata sono state costrette ad abbandonare Firenze a seguito del Commissariamento dell’ordine. Prima di loro era toccato ai frati e al priore di Ognissanti, padre Serafino Lanzetta, il cui ultimo libro: Il Vaticano II: un Concilio pastoraledelle Edizioni Cantagalli - con la prefazione di Manfred Hauke – verrà presentato giovedì 25 settembre 2012 a Firenze presso l’Auditorium della Regione Toscana (Via Cavour, 4) alle ore 17 , per iniziativa del Capogruppo di FdI Giovanni Donzelli, che porterà il suo saluto.  Parteciperanno – dopo i saluti di Ascanio Ruschi, Presidente della Comunione Tradizionale e di Guido Scatizzi di Riscossa Cristiana -, i professori Carlo Manetti, Docente di Relazioni Internazionali e di Crisi della Chiesa, Pietro De Marco, Ordinario di Storia nell’Università di Firenze e Roberto de Mattei, Docente di Storia del Cristianesimo e Preside della Facoltà di Storia dell’Università Europea di Roma, Presidente della Fondazione Lepanto. Modera l’incontro Pucci Cipriani, Direttore di “Controrivoluzione”. Intanto sta facendo rumore il divieto del Cardinale Betori alla richiesta dell’Associazione “Comunione Tradizionale” di far celebrare per l’occasione la Santa Messa in rito romano antico a p. Serafino M. Lanzetta.

A questo proposito abbiamo fatto alcune domande al professor Carlo Manetti curatore del libro: “Un caso che fa discutere: i Francescani dellImmacolata” Edizioni Fede & Cultura

Dr Manetti che giudizio dà sull’ortodossia del libro di Padre Serafino che verrà presentato a Firenze?

Esprimere un giudizio sull’ortodossia di quanto un teologo del livello del valore di Padre Serafino Lanzetta scrive è, per me, particolarmente imbarazzante, non essendo io teologo. Quello che, però, posso dire, con il sensus fidei del semplice fedele, è che la monumentale opera che ci apprestiamo a presentare il 25 settembre prossimo venturo a Firenze non solo non contiene alcuna eresia o, anche solo, alcuna tesi prossima all’eresia, ma è un’opera di amplissima documentazione, nella quale vengono esaminate le maggiori correnti interpretative dei documenti del Concilio e dell’Assise nel suo complesso. È un testo del quale si deve apprezzare la completezza e l’obiettività di esposizione, senza lasciarsi fuorviare da pregiudizi. Se mi è consentito dirlo, è molto bello come Padre Serafino sappia entrare non solo nelle idee, ma anche nell’anima delle varie interpretazioni, ivi comprese quelle a lui più lontane.

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Eppure sembra che il Cardinal Betori, che pur è, o era, annoverato tra i vescovi “conservatori” non consideri “ortodosso” il libro di Padre Lanzetta….

A giudicare dalla lettera inviata all’Avvocato Ruschi, Presidente dell’Associazione Comunione Tradizionale, lettera nella quale vieta espressamente a Padre Serafino di celebrare pubblicamente a Firenze la Santa Messa di sempre, non si evince una condanna dottrinale del contenuto del libro, ma, se così si può dire, una condanna “politica” del testo: si dice che un Vescovo non può approvare le tesi ivi contenute, senza sostenere che esse siano eretiche e, quindi, lasciando il dubbio che questa impossibilità non sia dovuta alle tesi stesse, ma alla posizione del Vescovo; tanto come dire che non sarebbero ragioni dottrinali, ma ragioni “pastorali” ad indurre un qualunque capo di diocesi cattolica a non esprimere pubblicamente il suo appoggio al grande lavoro di Padre Serafino.

Se mi posso permettere di allargare leggermente il discorso, è il dramma, per non dire la tragedia, in cui si trovano tutti i cosiddetti “conservatori” cattolici: essi vorrebbero, forse, nel fondo del cuore, tornare alla verità, ma motivi di opportunità pratica, oggi definiti «pastorali», impediscono loro di abbracciarla e confessarla come eterna ed immutabile. Ecco che, per tentare di sfuggire all’accusa (oggi così comune) di «tradizionalismo» o, addirittura, di «criptolefebvrismo», si vedono costretti a sostenere tesi ed a compiere azioni degne degli esponenti del più estremistico progressismo cattolico.

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E come si spiega il divieto fatto alla Comunione Tradizionale di far celebrare nella chiesa di San Gaetano la Messa in rito romano antico… nella stessa chiesa dove si è installato l’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote di Gricigliano? Come considera questo “repentino” cambiamento dell’Arcivescovo di Firenze che, fino a poco tempo fa, concedeva a tutti il permesso di celebrare la Messa?

Come lo stesso Cardinale spiega nella sua lettera, i motivi non sono di ordine dottrinale, ma pastorali, politici, ideologici… Oggi, dopo l’ascesa al trono pontificio di Papa Francesco, i prelati “a maggior rischio” sono proprio i cosiddetti “conservatori”, come il caso del Cardinal Piacenza sta a dimostrare, in maniera emblematica, non fosse altro che per questioni di tempistiche (si è trattato, di fatto, della prima defenestrazione operata dal nuovo Pontefice). Ecco che, come dicevamo, essi si trovano costretti a dare prove di fedeltà al “nuovo corso” certamente maggiori di quelle richieste ai loro colleghi progressisti, ai quali il passato di contestazione del corso di Benedetto XVI fa quasi da assicurazione sulla vita, da garanzia per il futuro di una loro convinta adesione ai principi che informano la cosiddetta “Chiesa della misericordia”. I conservatori, invece, non avendo dato queste prove, sono costretti a fornirne di maggiori nel presente e nel futuro e, soprattutto, non si possono permettere il benché minimo cedimento, anche solo apparente, nei confronti dei “tradizionalisti”.

È una posizione umanamente molto difficile, dalla quale si può uscire unicamente riscoprendo il primato della verità sulla prassi, della Fede sulla pastorale, di Nostro Signore Gesù Cristo sulla gerarchia. Non è solo una questione di coraggio: dopo decenni di svalutazione della verità a vantaggio del raggiungimento tattico di risultati pratici, diviene difficile sacrificare tutto per essa, diviene, anzi, difficile, addirittura, a rendersi conto di doverlo fare.

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Allora Padre Serafino Lanzetta non è un pericoloso eretico?

Padre Serafino Lanzetta non solo non è un pericoloso eretico, ma è, nonostante la giovane età, uno dei maggiori teologi viventi, brillante e profondo al tempo stesso, capace, come dicevamo, di comprendere in profondità il modo di sentire dell’interlocutore, individuandone non solo gli errori, ma anche le cause dei medesimi.

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Come andrà a finire il commissariamento dopo che la maggior pare dei membri dell’Ordine ha chiesto – senza ottenerlo – il permesso di uscire?

Tutto quanto avvenuto finora lascia presumere che ci sia una deliberata intenzione di “liquidazione” dei Frati Francescani dell’Immacolata, tanto nel ramo maschile, quanto in quello femminile. Le tempistiche, a volte accelerate ed altre rallentate, sono strumentali a questo fine, anche se sono, almeno per me, di difficile previsione. Si può affermare, senza tema di smentita, che la vicenda dei Francescani dell’Immacolata faccia chiarezza e sveli il volto violento del Modernismo, dove conduca la gramsciana prevalenza della prassi sulla teoria.

Se mi è consentito, vorrei approfittare di questa Sua cortese intervista per invitare tutti a continuare la testimonianza in difesa della verità sull’Ordine fondato da Padre Manelli e Padre Pellettieri, affinché non cada mai il silenzio su questa triste vicenda, silenzio da cui possono trarre profitto solo i persecutori.

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fonte: Il Sito di Firenze

Firenze. Il Cardinale Betori, il divieto alla celebrazione in Vetus Ordo e la degiuridicizzazione della Chiesa

Sua Eminenza Reverendissima, il Cardinale Giuseppe Betori, ha negato a Padre Serafino Lanzetta la possibilità di celebrare pubblicamente la Santa Messa di sempre in diocesi di Firenze, dove, il 25 settembre prossimo venturo, sarà presentato il suo libro «Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari» (clicca qui per il programma dell’incontro): in quella circostanza, gli organizzatori, vale a dire l’Associazione Comunione Tradizionale, avrebbero voluto far precedere l’evento da un Santo Sacrificio della Messa, celebrato dallo stesso padre Serafino.

di Carlo Manetti

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Sua Eminenza Reverendissima, il Cardinale Giuseppe Betori, ha negato a Padre Serafino Lanzetta la possibilità di celebrare pubblicamente la Santa Messa di sempre in diocesi di Firenze, dove, il 25 settembre prossimo venturo (clicca qui per il programma dell’incontro), sarà presentato il suo libro «Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari»: in quella circostanza, gli organizzatori, vale a dire l’Associazione Comunione Tradizionale, avrebbero voluto far precedere l’evento da un Santo Sacrificio della Messa, celebrato dallo stesso padre Serafino.

CLICCA QUI per leggere il testo della richiesta inoltrata da Comunione Tradizionale. CLICCA QUI per leggere la risposta dell’Arcivescovo

A tale «cortese richiesta»[1] l’Arcivescovo di Firenze ha risposto che «il contesto in cui si dovrebbe svolgere la Santa Messa nella forma straordinaria del Rito Romano […] è con tutta evidenza atteso a proporre un’iniziativa, più volte ripetuta in questa città, tesa a svilire il significato della portata dottrinale del Concilio Vaticano II, come si evidenzia dal titolo del libro di p. Serafino Lanzetta che si vuole presentare. Tale iniziativa, inoltre, dovrebbe poter registrare una presenza ufficiale a Firenze di p. Serafino Lanzetta, che i suoi Superiori, legittimamente costituiti dal Sommo Pontefice, hanno ritenuto di far risiedere altrove e dai quali non mi è giunta comunicazione di aver concesso un regolare permesso.

In questo contesto, il permesso per una celebrazione liturgica pubblica ad esso collegata costituirebbe un concreto sostegno dell’autorità religiosa fiorentina a posizioni che, come Pastore cattolico, non posso assolutamente condividere.

Ovviamente, qualora il p. Lanzetta giungesse in Firenze, non ci sarebbe alcuna difficoltà da parte mia a che egli celebri nella forma liturgica che gli è concessa dal Summorum Pontificum nel luogo che sceglierà e per il quale avrà avuto il permesso da chi ne ha la responsabilità per mio mandato, purché la celebrazione avvenga in forma privata».

L’Arcivescovo di Firenze nega, quindi, ad un gruppo di fedeli cattolici il diritto di assistere al Santo Sacrificio della Messa prima della presentazione di un libro cattolico, scritto da uno stimato teologo cattolico, unicamente perché presume che tale presentazione sia «tesa a svilire il significato della portata dottrinale del Concilio Vaticano II, come si evidenzia dal titolo del libro». Sua Eminenza, in altre parole, proibisce la celebrazione pubblica del più alto atto di culto che possa mai essere compiuto su questa terra, unicamente perché presume che dopo vi verranno sostenute tesi interpretative del Concilio, che, anche se da lui non condivise, sono assolutamente lecite e conformi alla dottrina cattolica. Per un vero problema di accentuazioni dell’aspetto dottrinale rispetto a quello pastorale, accentuazioni che non rivestono il benché minimo carattere di obbligatorietà per la coscienza del cattolico, vengono sottratte a dei fedeli tutte le grazie derivanti dalla celebrazione del Santo Sacrificio della Messa.

L’eventuale presenza a Firenze di Padre Serafino contro il volere del Commissario apostolico, oggi reggente il potere all’interno dei Frati Francescani dell’Immacolata, non è assolutamente rilevante ai fini della motivazione del divieto, poiché l’avvocato Ruschi, nella sua lettera di richiesta, si era premurato di precisare che, in caso di impedimento per Padre Serafino, la Santa Messa sarebbe stata celebrata da un altro sacerdote. Possiamo, quindi, presumere che questo accenno sia stato posto nella lettera dal cardinale ad colorandum, come dicono i giuristi, vale a dire per raggiungere una pennellata di colore retorico e rafforzare la tesi esposta, senza che ciò aggiunga o tolga alcunché di essenziale a quello che si sostiene ed alle sue motivazioni e dimostrazioni.

Confesso di avere molte difficoltà a comprendere il paragrafo successivo della lettera del Cardinale Arcivescovo, dove egli afferma che il concedere il permesso o, per essere più precisi, il non impedire la celebrazione del Santo Sacrificio della Messa «costituirebbe un concreto sostegno dell’autorità religiosa fiorentina a posizioni che, come Pastore cattolico, non posso assolutamente condividere». Pare (e sottolineo pare) che vi si voglia attribuire alla Santa Messa unicamente o, almeno, prevalentemente il carattere di parte integrante di manifestazioni pubbliche di idee di qualsivoglia genere. Pare, in altre parole, che il Santo Sacrificio dell’Altare venga ridotto a parte integrante della pubblica manifestazione delle tesi che saranno sostenute durante la presentazione del libro. Pare, dunque, che l’evidente gerarchia tra il più alto dei sacramenti e la presentazione di un volume, sia pure di argomento dottrinale, venga ribaltata e che tale ribaltamento venga dato per scontato tanto nella mente degli organizzatori, quanto in quella, almeno, di tutti i fedeli della diocesi fiorentina. Ecco che, secondo questa logica, il Vescovo che non impedisca tale celebrazione apparirebbe, quantomeno di fatto, consenziente alle tesi esposte nel successivo convegno.

Sul fatto, poi, che un Pastore cattolico non possa assolutamente condividere le posizioni di chi interpreta il Concilio Vaticano II come un Concilio pastorale e non dogmatico (ammesso che questo sia ciò che i relatori intenderanno dire in sede di presentazione del suddetto volume), esso è destituito di ogni fondamento: le uniche posizioni che un Vescovo cattolico non può assolutamente condividere sono quelle che contrastano con la Fede (vale a dire con la dottrina cattolica) e con la morale; e la tesi della pastoralità del Concilio non contrasta né con la Fede né con la morale.

Sul fatto, infine, che Padre Lanzetta possa celebrare in Vetus Ordo, anche senza l’autorizzazione dell’Ordinario del luogo, concordando unicamente l’orario con chi organizza le funzioni della chiesa prescelta, non è una benigna concessione del Vescovo, ma un diritto soggettivo di ogni sacerdote cattolico in tutto l’orbe terraqueo. Si potrebbe, tutt’al più, osservare che potrebbe costituire violazione di tale diritto il pretendere di restringerlo alla «forma privata», qualora questa formula fosse interpretata come equivalente ad un «a porte chiuse», con esclusione della possibilità, per i fedeli che eventualmente lo desiderassero, di assistervi; sarebbe, invece, pienamente conforme al diritto, qualora fosse interpretata come Santa Messa non di orario.

Quanto succintamente riportato e commentato si iscrive, a nostro modesto avviso, a pieno titolo nel processo di degiuridicizzazione della Chiesa, processo del quale la vicenda dei Francescani dell’Immacolata, di cui padre Serafino Lanzetta è eminente teologo, rappresenta una delle migliori cartine di tornasole. È in corso, con un’accentuazione crescente negli ultimi due secoli, il tentativo di superamento del concetto stesso di diritto canonico, in nome del raggiungimento di una Chiesa pneumatica, all’interno della quale il soffio dello Spirito tenga il posto di ogni norma positiva. Ogni argomento giuridico viene visto come una sclerotizzazione della Chiesa apparato, contrapposta al Popolo di Dio in perenne cammino e, quindi, in perenne mutamento: il diritto in genere e ogni norma in particolare sarebbero, con la loro stabilità, ostacoli a questa continua trasformazione.

In luogo di norme certe, di una gerarchia delle fonti razionalmente comprensibile da tutti di una chiara soggezione alla giustizia divina ed umana, si pensa giunto il momento di imporre erga omnes l’universalità della misericordia, che, per definizione, si adatta sempre al caso specifico e trascende qualunque criterio preordinato.

Ecco che, per tornare alla questione fiorentina, il problema se un certo sacerdote possa o non possa celebrare una Santa Messa, secondo un rito assolutamente cattolico e conforme al diritto canonico, non lo si desume più dalle norme del diritto della Chiesa, ma dalle conseguenze pastorali (si sarebbe quasi tentati di dire politiche) che l’Autorità presume o immagina. E tali conseguenze sono valutate in un’ottica prevalentemente umana, dove la dimensione di culto e le grazie spirituali cedono, inevitabilmente, il passo all’immagine, a ciò che si potrebbe pensare, alle conclusioni umane cui gli osservatori potrebbero giungere.

Paradossalmente, ma non troppo, la tendenziale eliminazione dell’aspetto razionale giuridico dell’agire umano, in nome dell’onnipresenza della dimensione spirituale (quasi fossimo angeli) conduce ad un comportamento o, meglio, a criteri di comportamento impregnati maggiormente di terra, rispetto a quanto avrebbe fatto l’osservanza, anche rigida, del diritto canonico. E questo per un motivo logico: poiché l’osservanza del diritto della Chiesa porta, in ultima analisi, sempre a Dio, come termine ultimo di riferimento, in quanto la norma sovracostituzionale, a cui tutte le norme umane, di qualunque rango siano, debbono soggiacere è la salus animarum. Quando, invece, si eliminano o, anche solo, si superano le norme in nome dello spirito, si sostituisce ad esse una sorta di delirio di onnipotenza, che rende l’uomo (e, per uomo, chi agisce intende, ovviamente, se stesso) «misura di tutte le cose», come direbbe Protagora (486-411 a.C.).

[1] Definizione dello stesso Cardinal Betori, utilizzata nella stessa lettera di diniego.

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Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle Dottrine Conciliari – di P. Serafino Lanzetta FI – ed. Cantagalli. Pagg. 496 – euro 25,00  –  per acquisti on line inviare una mail a info@riscossacristiana.it . Per le modalità di pagamento, clicca qui

FONDAZIONE LEPANTO: intervista di Chiara Gnocchi a Carlo Manetti

dott. Manetti

Il prof. Carlo Manetti è stato uno dei docenti all’Università d’estate della Fondazione Lepanto, con una relazione intitolata Tecnocrazia, società segrete ed esoteriche. Gli abbiamo posto queste domande:Morale e realtà si trovano in stretto rapporto tra loro, in cosa consiste tale legame?

Innanzitutto la realtà è composta da due concetti fondamentali: l’essere che è oggettivo, su cui l’uomo non può influire, e la realtà morale, ovvero le azioni dell’uomo. La morale, l’insieme di quelle regole che permettono all’uomo di avere un comportamento adeguato alla realtà, discende dalla realtà stessa. Ogni volta che l’uomo presume di creare una morale a prescindere dalla realtà, cade in quello che comunemente si chiama bigottismo, tipico dell’etica calvinista e, prima ancora, dell’etica dei farisei. Il bigottismo, o moralismo, degenera sempre nell’immoralismo positivo, cioè nel chiamare bene il male e male il bene. Come dicevano i latini, «ad impossibilia nemo tenetur», nessuno può essere obbligato a fare cose impossibili: se si esce dalla realtà è evidente che non ci può essere morale e, dunque, ogni comando fuori dalla realtà è di per sé immorale. Ecco spiegato perché ogni tipo di utopia è malvagia: vuole arrecare violenza alla realtà attraverso qualcosa che non si realizzerà mai.

Cosa si intende con “de-razionalizzazione”? Quando è iniziato e ha cosa ha portato tale processo?

L’inizio del processo di de-razionalizzazione coincide con la riforma protestante. È giusto dire, in ogni caso, che un movimento irrazionalista è sempre stato presente nella cultura occidentale: mi riferisco alla gnosi, la quale si basa su un errato principio di conoscenza della realtà. Tale principio afferma, a differenza di quanto fa la tradizione realistica, che l’uomo non conosce la realtà attraverso un processo astrattivo che parte dalla conoscenza sensibile, bensì per illuminazione. Lo gnosticismo afferma che una persona conosce come se fosse illuminata da una entità spirituale non ben definita, dopo un rito di iniziazione in cui l’adepto viene caricato di potenza spirituale.

Questa teoria viene ripresa dall’irrazionalismo occidentale attraverso, appunto, la riforma protestante. Con l’introduzione di due principi quali la «sola scrittura» e il «libero esame», viene uccisa ogni possibilità di comprensione della religione, dal momento che, in tal modo, i singoli lettori della Bibbia possono interpretare come vogliono il testo sacro: di fatto, come diceva Lutero, ogni fedele è una Chiesa. Inizia così il processo distruttivo di sfiducia assoluta nella ragione umana. A questo irrazionalismo si accompagna un rigoroso bigottismo, o moralismo, sia nella versione calvinista sia in quella luterana. Lo sbocco inevitabile, attraverso l’illuminismo e, soprattutto, attraverso Kant, è quello della sostituzione della forza alla ragione. È l’inizio dei regimi totalitari, in cui la forza del detentore del potere politico è totale, assoluta e, pertanto, stabilirà non solo ciò che è bene e ciò che è male, ma anche ciò che è vero e ciò che è falso. Ciò accade tutt’ora, con quello che possiamo considerare il regime eurocratico.

Saint-Simon, attraverso un pensiero materialista illuminista, dà una lettura economicista della realtà. È giusto considerarlo un ispiratore della tecnocrazia?

Saint-Simon non solo è un ispiratore della teoria tecnocratica, ma potremmo dire che è il suo principale inventore. Riprende il materialismo dall’illuminismo, l’economicismo dal liberalismo, l’idea dell’onnipotenza dello Stato e degli uomini rappresentativi dai giacobini, l’idea del progresso come applicazione meccanica e violenta di una lettura presunta razionale della realtà da Fourier. Anche in questo caso parliamo di una razionalità astratta, quindi di fatto irrazionale, poiché, come detto prima, non tiene conto della realtà.

L’idea di Saint-Simon, e del pensiero tecnocratico in generale, è che l’uomo raggiunge la felicità quando soddisfa quelli che Marx chiamerà i bisogni primari, che si ottengono con il denaro. Di conseguenza, il compito dello Stato è esclusivamente quello di produrre e massimizzare la ricchezza. Per fare questo il potere deve essere lasciato nelle mani sia di coloro che sono in grado di moltiplicare la ricchezza, ai tempi di Saint-Simon gli industriali e oggi i finanzieri, sia di coloro che utilizzano la cultura per rendere questo processo tendenzialmente eterno, cioè i tecnocrati, persone che sono tecnicamente capaci.

Cosa si intende con il termine sinarchia?

La sinarchia è una teoria di governo politico occulto e mondiale che trova in Daint-Yves d’Alvedre. famoso esoterista francese a cavallo tra l’Otto ed il Novecento, il suo iniziatore. La teoria sinarchica, assolutamente anti-democratica e anti-parlamentare, prevede la divisone della società in tre categorie ben precise: gli iniziati, che coltivano un pensiero esoterico e spirituale, i tecnocrati di Saint-Simon, che abbracciano una visione sincretica della religione e che trovano nel modernismo cattolico i loro massimi sostenitori, e infine gli schiavi, coloro che obbediscono agli ordini imposti dall’alto, non sempre consapevoli di essere pedine mosse dall’alto.

Cosa possiamo fare oggi di fronte a questa situazione?

La prima cosa da fare e, anche, la più importante, è l’informazione corretta, data al più grande numero di persone possibile: maggiore sarà la consapevolezza del pericolo che ci sovrasta e del disegno di cui siamo vittime designate e maggiore sarà la resistenza a tutte quelle singole iniziative, che appaiono come isolate, ma che, invece, fanno parte di un’unica trama.

Il passo susseguente all’informazione è la tutela di quanto rimane del diritto naturale, poiché l’eliminazione di questo e la conseguente eliminazione delle società naturali, prima fra tutte la famiglia, rendono l’uomo nudo, isolato ed indifeso di fronte al potere sinarchico.

Certamente il potere sinarchico non è destinato a durare ma, come tutti i regimi contro natura (si pensi a quelli totalitari del ‘900), imploderà su se stesso e si auto-eliminerà; non è, però, indifferente se questo avverrà prima o dopo ed il grado di potere che i sinarchi avranno raggiunto in quel momento: maggiore sarà il tempo del loro dominio ed il potere da loro accumulato e maggiori saranno i danni, le sofferenze, la miseria e la morte che le popolazioni civili loro assoggettate dovranno patire.

Chiara Gnocchi

Fonte: Corrispondenza Romana