Warning: Illegal string offset 'css_section' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 382

Warning: Illegal string offset 'css_elem' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 383

Warning: Illegal string offset 'option_group' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 384

Warning: Illegal string offset 'std_id' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 386

Warning: Illegal string offset 'section_id' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 387

Warning: Illegal string offset 'placeholder_new' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 389

Warning: Illegal string offset 'choices' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 393

Warning: Illegal string offset 'placeholder_new' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 394

Warning: Illegal string offset 'desc' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 395

Warning: Illegal string offset 'section' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 425

Warning: Illegal string offset 'field' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 426

Warning: Illegal string offset 'setting_defaults' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 426

Warning: Illegal string offset 'option_group' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 428

Warning: Illegal string offset 'choice_new' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 430

Warning: Illegal string offset 'placeholder' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 431

Warning: Illegal string offset 'section_id' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 432

Warning: Illegal string offset 'option_group' in /home/mhd-01/www.carlomanetti.it/htdocs/wp-content/themes/Gravia/functions.php on line 435

Category Archives: Articoli

Conservatori e bonapartisti

La reale portata storica e filosofica del bonapartismo è quella di cristallizzare i principi rivoluzionari ad un dato stadio del loro sviluppo e di presentarli come «il massimo della conservazione, della “destra” possibili», facendone il cuore del proprio programma. Questo, quando ha successo, comporta l’assoluta delegittimazione di qualunque critica ai principi rivoluzionari…

di Carlo Manetti

.

zznapoleone_1804Alessandro Gnocchi, nel rispondere a Franco Cabboi, in «Fuori moda» di martedì 7 aprile, accenna, fugacemente, a «chi oggi vuole “conservare” le rivoluzioni bergogliane dopo aver “conservato” le timide frenate ratzingeriane, dopo aver “conservato” gli slanci vitalistici wojtyliani, dopo aver “conservato” gli amletici dubbi “montiniani”, dopo aver “conservato” le profetiche aperture roncalliane e poi più nulla perché, secondo questi “conservatori”, ciò che è stato prima del Concilio Vaticano II non sarebbe da “conservare” neanche in un museo», lamentando come il termine «conservatore» abbia assunto, almeno all’interno del cosiddetto «mondo cattolico» (ma, come cercheremo di dimostrare, non solo), un significato equivoco. Questo accenno merita, a nostro modesto avviso, di essere ripreso e approfondito.

Coloro che conservano i portati della Rivoluzione, vestendoli con panni, lato sensu, “di destra”, tesi a rassicurare le persone scosse dalla rapidità dei mutamenti, vengono giustamente definiti «bonapartisti», anche in contesti geografici esterni alla Francia ed in contesti storici posteriori all’Ottocento. Questa apparente forzata estensione concettuale del termine si giustifica in una più profonda comprensione del concetto stesso di «bonapartismo», concetto che, al tempo stesso, concorre a meglio spiegare.

Il bonapartismo non è solo e, neppure, principalmente un’idea politica, ma è una condizione spirituale, un moto dell’anima; si potrebbe quasi affermare che il bonapartismo non sia altro che il tentativo di tradurre in termini collettivi e, quindi, lato sensu, politici, il concetto di aurea mediocritas di oraziana memoria. Questa traduzione comporta, inevitabilmente, il suo passaggio da una dimensione oggettiva ad una soggettiva. In Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.), essa è il riflesso poetico del principio aristotelico della virtù come linea mediana fra due vizi opposti, che, in ossequio alla lettura pragmatica del realismo, tipica del mondo latino, eleva il senso comune[1] a regola di vita; il senso comune è qui inteso, ovviamente, come la capacità della ragione di diffidare di tutti quegli istinti della mente che la vorrebbero condurre a compiacersi di più o meno brillanti forzature, capacità che conduce l’uomo all’equilibrio. In questa concezione, però, viene data per scontata l’oggettività del reale e, dunque, l’equilibrio non consiste nel punto intermedio fra le varie opinioni, punto, oltretutto, da ritracciare in ogni momento, ma, più intimamente e più spiritualmente, nel distacco dalle passioni, anche intellettuali, e nel continuo dominio della ragione sugli istinti: l’equilibrio è un vertice ascetico e lo stesso utilizzo del termine mediocritas ne esalta, con la fine ironia del contrasto, il valore di meta spirituale, molto ardua da conquistare.

Il bonapartismo, invece, nato, non a caso, dopo l’Illuminismo, traduce tutto ciò nel disincantato distacco da ogni ricerca del vero, nel pragmatico equilibrio tra novità e conservazione. Paradossalmente, ma neppure troppo, il bonapartismo si traduce, proprio per la sua indeterminatezza, in una più coerente ed estremistica applicazione dei principi del pensiero moderno, anche rispetto allo stesso giacobinismo, poiché questo, come tutti gli immoralismi positivi, contrappone dei falsi principi e dei falsi valori ai veri principi ed ai veri valori, ma non nega (anzi, a contrario, riafferma con vigore) l’esistenza di principi e valori di per se stessi immutabili; il bonapartismo, invece, postula la completa ed assoluta dipendenza dei valori e dei principi dalle circostanze di fatto.

Questa affermazione potrebbe apparire astratta, quasi applicazione meccanica di pregiudizi ad una realtà, invece, molto più viva e complessa. In realtà, però, non è così. Storicamente, fin dal suo primo sorgere, il bonapartismo asservì i principi all’utilità, personale e collettiva, in un continuo tentativo di cristallizzazione e conservazione dell’esistente, nell’illusione o nella propagandistica affermazione del velleitario tentativo di fermare lo sviluppo delle idee accettandone ed esaltandone i principi embrionali. Storicamente, Napoleone Bonaparte (1769-1821) rappresenta, almeno da quando diviene Primo Console (9 novembre 1799), l’inventore e, al tempo stesso, il più brillante applicatore di tali principi. Sempre egli si presenta come colui che ferma gli estremismi della Rivoluzione, ma, al contempo, ne ribadisce i principi. Fa rientrare parte della nobiltà e vara il Codice Napoleone (1804), ufficialmente Code civil des Français, nel quale struttura una società ed un’economia liberali e borghesi; pone fine alle più sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e, di fatto, la assoggetta al potere politico; si proclama Imperatore e aggiunge al titolo il partitivo «dei Francesi», con l’implicita contraddizione nazionalista al principio dell’universalità imperiale; chiama il Papa per la sua incoronazione e, poi, si incorona da solo, contraddicendo il principio di derivazione divina del potere, che tutta quella cerimonia avrebbe dovuto significare…

La reale portata storica e filosofica del bonapartismo è, quindi, quella di cristallizzare i principi rivoluzionari ad un dato stadio del loro sviluppo e di presentarli come «il massimo della conservazione, della “destra” possibili», facendone il cuore del proprio programma. Questo, quando ha successo, comporta l’assoluta delegittimazione di qualunque critica ai principi rivoluzionari, critica che viene presentata, al tempo stesso, come irrazionale tentativo di far risorgere un passato ormai morto, passato che, anche potendo, non sarebbe “giusto” restaurare, e come alleata inconscia della “sinistra”, dell’estremismo rivoluzionario, poiché, non sostenendo o, addirittura, ostacolando l’azione dei bonapartisti, di fatto li indebolisce nello scontro con l’ala sinistra della Rivoluzione.

Questo pragmatismo, come si accennava, lungi dall’essere una efficace risposta all’avanzare della Rivoluzione, ne è uno strumento di conservazione e di sviluppo. I principi rivoluzionari avanzano sempre secondo una logica sinusoidale e mai secondo una direttrice lineare; è divenuta proverbiale l’affermazione secondo la quale la Rivoluzione fa due passi avanti ed uno indietro. Risulta, quindi, evidente che cristallizzare i principi rivoluzionari ad un certo stadio di sviluppo e presentarli come «il massimo di controrivoluzione possibile» non pone un limite alla crescita della Rivoluzione stessa, ma pone un limite, molte volte invalicabile, all’azione controrivoluzionaria o, addirittura, alla stessa possibilità di concepirla, con il risultato pratico che, una volta rafforzatesi a sufficienza, le forze eversive riprenderanno il loro cammino, puntellate e sorrette, quanto meno sui valori di fondo, da quelle forze che avrebbero, istituzionalmente, il compito di contrastarle.

L’efficacia del bonapartismo e, conseguentemente, il suo apporto alla causa rivoluzionaria dipendono dalla sua capacità di attrarre nella propria orbita persone e movimenti che, per loro natura, si oppongono all’eversione. Questa capacità attrattiva dipende da svariati fattori, sia di natura pratica che di natura mentale e spirituale. Dal punto di vista pratico, accade, normalmente, che i bonapartisti rappresentino la più importante (in senso numerico) forza che si oppone all’estremismo rivoluzionario. Può anche accadere che ottengano alcuni effetti pratici, anche importanti, se non, addirittura, insperati: si pensi, a titolo di esempio, alla cessazione delle più efferate persecuzioni anticattoliche realizzata da Napoleone Bonaparte. Questi risultati hanno il duplice effetto di indurre i nemici della Rivoluzione a pensare, da un lato, che essi siano il preludio di altri e più significativi passi verso il ritorno ad una società naturale e, dall’altro, a predisporsi ad una pressoché incondizionata fiducia nei confronti dei bonapartisti e, in modo particolare, del loro capo pro tempore.

Dal punto di vista mentale ed umano, invece, la maggioranza delle persone tende ad attribuire ai processi storici e politici i medesimi criteri e le medesime logiche che caratterizzano loro stessi. Essi sono, quindi, propensi a credere che anche i processi rivoluzionari, come farebbero loro uti singuli, siano disposti ad addivenire ad un ragionevole compromesso: accettati i loro principi di base, essi dovrebbero acconsentire a considerarli come un punto di arrivo e non come la piattaforma, partendo dalla quale, richiedere sempre nuove concessioni. L’errore che consente il successo dei bonapartisti è una sorta di antropomorfismo dei processi storici. Questi acquisiscono di per se stessi una loro logica interna, che tende a prescindere sempre di più dalla logica strategica degli uomini che li hanno iniziati o che li incarnano: è quella che la Teoria dei giochi definisce come «la logica del gioco che si impone alle logiche dei giocatori».

Questi meccanismi operano nella medesima maniera in ogni tipo di rivoluzione, tanto sul piano politico, quanto su quello ecclesiale. Sul piano politico, possiamo citare, come esempio comune a tutto l’Occidente cristiano, mondo anglosassone escluso, l’esperienza politica democristiana. Sempre ed ovunque la Democrazia Cristiana ha raccolto il consenso dell’elettorato moderato e conservatore, contrario al comunismo ed al socialismo ed ha svolto, invece, politiche tese alla pacificazione con queste idee e questi valori, quando non ne ha cavalcato le aspirazioni, quanto meno in campo economico; di quest’ultima e più estremistica interpretazione del ruolo bonapartista della Democrazia Cristiana possiamo citare, ad esempio, la politica di vaste nazionalizzazioni compiuta dal primo Governo Moro.

Che una dottrina tesa a politicizzare un principio filosofico etico spirituale possa trovare larga applicazione nel campo politico è comprensibile, ma che essa trovi applicazione all’interno della Chiesa è, quanto meno, sorprendente. Le logiche della Rivoluzione e, conseguentemente, della Controrivoluzione non dovrebbero trovare cittadinanza nel Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, poiché diverse e, per certi aspetti, antitetiche sono le linee guida che dovrebbero presiedere al governo del Sole della Luna[2]. Il fatto stesso che il bonapartismo, logica politica direttamente conseguente alla Rivoluzione illuminista, trovi applicazione all’interno della Chiesa, come ha mirabilmente sintetizzato il dottor Gnocchi nel brano che abbiamo citato in apertura, dimostra come avesse assolutamente ragione il Cardinale belga Léon-Joseph Suenens (1904-1996), maggiore esponente, durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), della riconciliazione della Chiesa con il mondo e non viceversa, quando affermava che il «Vaticano II è l’89 della Chiesa».

.

[1] Il senso comune può anche essere detto, più familiarmente e con minori richiami filosofici, «buon senso». La sua importanza nello scontro tra Tradizione e pensiero moderno è, a nostro modesto modo di vedere, ben sintetizzata da due aforismi. René Descartes, latinizzato in Cartesio, (1596 1650) diceva: «Il buon senso è la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d’esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno»; e Jean de La Bruyère (1645-1696) gli rispondeva: «Ridere degli uomini di buon senso è privilegio degli sciocchi».

[2] La «teoria del Sole della Luna» è la dottrina politica medievale, secondo la quale l’Impero, rappresentato simbolicamente dalla Luna ed archetipo di ogni potere politico legittimo, trae la sua luce dal Papato, rappresentato simbolicamente dal Sole, senza esserne, però, mai completamente assorbito e conservando sempre una sua autonomia, che non deborda mai in indipendenza.

Il cardinal Betori dice no a padre Lanzetta e alla Messa in latino. Domenico Rosa intervista Carlo Manetti

Giovedi 25 settembre 2012 a Firenze sarà presentato l’ultimo libro dell’ex priore di Ognissanti “Il Vaticano II: un Concilio pastorale” delle Edizioni Cantagalli

intervista di Domenico Rosa

zzpdrsrfAnche le suore Francescane dell’Immacolata sono state costrette ad abbandonare Firenze a seguito del Commissariamento dell’ordine. Prima di loro era toccato ai frati e al priore di Ognissanti, padre Serafino Lanzetta, il cui ultimo libro: Il Vaticano II: un Concilio pastoraledelle Edizioni Cantagalli - con la prefazione di Manfred Hauke – verrà presentato giovedì 25 settembre 2012 a Firenze presso l’Auditorium della Regione Toscana (Via Cavour, 4) alle ore 17 , per iniziativa del Capogruppo di FdI Giovanni Donzelli, che porterà il suo saluto.  Parteciperanno – dopo i saluti di Ascanio Ruschi, Presidente della Comunione Tradizionale e di Guido Scatizzi di Riscossa Cristiana -, i professori Carlo Manetti, Docente di Relazioni Internazionali e di Crisi della Chiesa, Pietro De Marco, Ordinario di Storia nell’Università di Firenze e Roberto de Mattei, Docente di Storia del Cristianesimo e Preside della Facoltà di Storia dell’Università Europea di Roma, Presidente della Fondazione Lepanto. Modera l’incontro Pucci Cipriani, Direttore di “Controrivoluzione”. Intanto sta facendo rumore il divieto del Cardinale Betori alla richiesta dell’Associazione “Comunione Tradizionale” di far celebrare per l’occasione la Santa Messa in rito romano antico a p. Serafino M. Lanzetta.

A questo proposito abbiamo fatto alcune domande al professor Carlo Manetti curatore del libro: “Un caso che fa discutere: i Francescani dellImmacolata” Edizioni Fede & Cultura

Dr Manetti che giudizio dà sull’ortodossia del libro di Padre Serafino che verrà presentato a Firenze?

Esprimere un giudizio sull’ortodossia di quanto un teologo del livello del valore di Padre Serafino Lanzetta scrive è, per me, particolarmente imbarazzante, non essendo io teologo. Quello che, però, posso dire, con il sensus fidei del semplice fedele, è che la monumentale opera che ci apprestiamo a presentare il 25 settembre prossimo venturo a Firenze non solo non contiene alcuna eresia o, anche solo, alcuna tesi prossima all’eresia, ma è un’opera di amplissima documentazione, nella quale vengono esaminate le maggiori correnti interpretative dei documenti del Concilio e dell’Assise nel suo complesso. È un testo del quale si deve apprezzare la completezza e l’obiettività di esposizione, senza lasciarsi fuorviare da pregiudizi. Se mi è consentito dirlo, è molto bello come Padre Serafino sappia entrare non solo nelle idee, ma anche nell’anima delle varie interpretazioni, ivi comprese quelle a lui più lontane.

 ‘

Eppure sembra che il Cardinal Betori, che pur è, o era, annoverato tra i vescovi “conservatori” non consideri “ortodosso” il libro di Padre Lanzetta….

A giudicare dalla lettera inviata all’Avvocato Ruschi, Presidente dell’Associazione Comunione Tradizionale, lettera nella quale vieta espressamente a Padre Serafino di celebrare pubblicamente a Firenze la Santa Messa di sempre, non si evince una condanna dottrinale del contenuto del libro, ma, se così si può dire, una condanna “politica” del testo: si dice che un Vescovo non può approvare le tesi ivi contenute, senza sostenere che esse siano eretiche e, quindi, lasciando il dubbio che questa impossibilità non sia dovuta alle tesi stesse, ma alla posizione del Vescovo; tanto come dire che non sarebbero ragioni dottrinali, ma ragioni “pastorali” ad indurre un qualunque capo di diocesi cattolica a non esprimere pubblicamente il suo appoggio al grande lavoro di Padre Serafino.

Se mi posso permettere di allargare leggermente il discorso, è il dramma, per non dire la tragedia, in cui si trovano tutti i cosiddetti “conservatori” cattolici: essi vorrebbero, forse, nel fondo del cuore, tornare alla verità, ma motivi di opportunità pratica, oggi definiti «pastorali», impediscono loro di abbracciarla e confessarla come eterna ed immutabile. Ecco che, per tentare di sfuggire all’accusa (oggi così comune) di «tradizionalismo» o, addirittura, di «criptolefebvrismo», si vedono costretti a sostenere tesi ed a compiere azioni degne degli esponenti del più estremistico progressismo cattolico.

 ‘

E come si spiega il divieto fatto alla Comunione Tradizionale di far celebrare nella chiesa di San Gaetano la Messa in rito romano antico… nella stessa chiesa dove si è installato l’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote di Gricigliano? Come considera questo “repentino” cambiamento dell’Arcivescovo di Firenze che, fino a poco tempo fa, concedeva a tutti il permesso di celebrare la Messa?

Come lo stesso Cardinale spiega nella sua lettera, i motivi non sono di ordine dottrinale, ma pastorali, politici, ideologici… Oggi, dopo l’ascesa al trono pontificio di Papa Francesco, i prelati “a maggior rischio” sono proprio i cosiddetti “conservatori”, come il caso del Cardinal Piacenza sta a dimostrare, in maniera emblematica, non fosse altro che per questioni di tempistiche (si è trattato, di fatto, della prima defenestrazione operata dal nuovo Pontefice). Ecco che, come dicevamo, essi si trovano costretti a dare prove di fedeltà al “nuovo corso” certamente maggiori di quelle richieste ai loro colleghi progressisti, ai quali il passato di contestazione del corso di Benedetto XVI fa quasi da assicurazione sulla vita, da garanzia per il futuro di una loro convinta adesione ai principi che informano la cosiddetta “Chiesa della misericordia”. I conservatori, invece, non avendo dato queste prove, sono costretti a fornirne di maggiori nel presente e nel futuro e, soprattutto, non si possono permettere il benché minimo cedimento, anche solo apparente, nei confronti dei “tradizionalisti”.

È una posizione umanamente molto difficile, dalla quale si può uscire unicamente riscoprendo il primato della verità sulla prassi, della Fede sulla pastorale, di Nostro Signore Gesù Cristo sulla gerarchia. Non è solo una questione di coraggio: dopo decenni di svalutazione della verità a vantaggio del raggiungimento tattico di risultati pratici, diviene difficile sacrificare tutto per essa, diviene, anzi, difficile, addirittura, a rendersi conto di doverlo fare.

 ‘

Allora Padre Serafino Lanzetta non è un pericoloso eretico?

Padre Serafino Lanzetta non solo non è un pericoloso eretico, ma è, nonostante la giovane età, uno dei maggiori teologi viventi, brillante e profondo al tempo stesso, capace, come dicevamo, di comprendere in profondità il modo di sentire dell’interlocutore, individuandone non solo gli errori, ma anche le cause dei medesimi.

 ‘

Come andrà a finire il commissariamento dopo che la maggior pare dei membri dell’Ordine ha chiesto – senza ottenerlo – il permesso di uscire?

Tutto quanto avvenuto finora lascia presumere che ci sia una deliberata intenzione di “liquidazione” dei Frati Francescani dell’Immacolata, tanto nel ramo maschile, quanto in quello femminile. Le tempistiche, a volte accelerate ed altre rallentate, sono strumentali a questo fine, anche se sono, almeno per me, di difficile previsione. Si può affermare, senza tema di smentita, che la vicenda dei Francescani dell’Immacolata faccia chiarezza e sveli il volto violento del Modernismo, dove conduca la gramsciana prevalenza della prassi sulla teoria.

Se mi è consentito, vorrei approfittare di questa Sua cortese intervista per invitare tutti a continuare la testimonianza in difesa della verità sull’Ordine fondato da Padre Manelli e Padre Pellettieri, affinché non cada mai il silenzio su questa triste vicenda, silenzio da cui possono trarre profitto solo i persecutori.

.

fonte: Il Sito di Firenze

Firenze. Il Cardinale Betori, il divieto alla celebrazione in Vetus Ordo e la degiuridicizzazione della Chiesa

Sua Eminenza Reverendissima, il Cardinale Giuseppe Betori, ha negato a Padre Serafino Lanzetta la possibilità di celebrare pubblicamente la Santa Messa di sempre in diocesi di Firenze, dove, il 25 settembre prossimo venturo, sarà presentato il suo libro «Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari» (clicca qui per il programma dell’incontro): in quella circostanza, gli organizzatori, vale a dire l’Associazione Comunione Tradizionale, avrebbero voluto far precedere l’evento da un Santo Sacrificio della Messa, celebrato dallo stesso padre Serafino.

di Carlo Manetti

 .zznvtmpst

Sua Eminenza Reverendissima, il Cardinale Giuseppe Betori, ha negato a Padre Serafino Lanzetta la possibilità di celebrare pubblicamente la Santa Messa di sempre in diocesi di Firenze, dove, il 25 settembre prossimo venturo (clicca qui per il programma dell’incontro), sarà presentato il suo libro «Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari»: in quella circostanza, gli organizzatori, vale a dire l’Associazione Comunione Tradizionale, avrebbero voluto far precedere l’evento da un Santo Sacrificio della Messa, celebrato dallo stesso padre Serafino.

CLICCA QUI per leggere il testo della richiesta inoltrata da Comunione Tradizionale. CLICCA QUI per leggere la risposta dell’Arcivescovo

A tale «cortese richiesta»[1] l’Arcivescovo di Firenze ha risposto che «il contesto in cui si dovrebbe svolgere la Santa Messa nella forma straordinaria del Rito Romano […] è con tutta evidenza atteso a proporre un’iniziativa, più volte ripetuta in questa città, tesa a svilire il significato della portata dottrinale del Concilio Vaticano II, come si evidenzia dal titolo del libro di p. Serafino Lanzetta che si vuole presentare. Tale iniziativa, inoltre, dovrebbe poter registrare una presenza ufficiale a Firenze di p. Serafino Lanzetta, che i suoi Superiori, legittimamente costituiti dal Sommo Pontefice, hanno ritenuto di far risiedere altrove e dai quali non mi è giunta comunicazione di aver concesso un regolare permesso.

In questo contesto, il permesso per una celebrazione liturgica pubblica ad esso collegata costituirebbe un concreto sostegno dell’autorità religiosa fiorentina a posizioni che, come Pastore cattolico, non posso assolutamente condividere.

Ovviamente, qualora il p. Lanzetta giungesse in Firenze, non ci sarebbe alcuna difficoltà da parte mia a che egli celebri nella forma liturgica che gli è concessa dal Summorum Pontificum nel luogo che sceglierà e per il quale avrà avuto il permesso da chi ne ha la responsabilità per mio mandato, purché la celebrazione avvenga in forma privata».

L’Arcivescovo di Firenze nega, quindi, ad un gruppo di fedeli cattolici il diritto di assistere al Santo Sacrificio della Messa prima della presentazione di un libro cattolico, scritto da uno stimato teologo cattolico, unicamente perché presume che tale presentazione sia «tesa a svilire il significato della portata dottrinale del Concilio Vaticano II, come si evidenzia dal titolo del libro». Sua Eminenza, in altre parole, proibisce la celebrazione pubblica del più alto atto di culto che possa mai essere compiuto su questa terra, unicamente perché presume che dopo vi verranno sostenute tesi interpretative del Concilio, che, anche se da lui non condivise, sono assolutamente lecite e conformi alla dottrina cattolica. Per un vero problema di accentuazioni dell’aspetto dottrinale rispetto a quello pastorale, accentuazioni che non rivestono il benché minimo carattere di obbligatorietà per la coscienza del cattolico, vengono sottratte a dei fedeli tutte le grazie derivanti dalla celebrazione del Santo Sacrificio della Messa.

L’eventuale presenza a Firenze di Padre Serafino contro il volere del Commissario apostolico, oggi reggente il potere all’interno dei Frati Francescani dell’Immacolata, non è assolutamente rilevante ai fini della motivazione del divieto, poiché l’avvocato Ruschi, nella sua lettera di richiesta, si era premurato di precisare che, in caso di impedimento per Padre Serafino, la Santa Messa sarebbe stata celebrata da un altro sacerdote. Possiamo, quindi, presumere che questo accenno sia stato posto nella lettera dal cardinale ad colorandum, come dicono i giuristi, vale a dire per raggiungere una pennellata di colore retorico e rafforzare la tesi esposta, senza che ciò aggiunga o tolga alcunché di essenziale a quello che si sostiene ed alle sue motivazioni e dimostrazioni.

Confesso di avere molte difficoltà a comprendere il paragrafo successivo della lettera del Cardinale Arcivescovo, dove egli afferma che il concedere il permesso o, per essere più precisi, il non impedire la celebrazione del Santo Sacrificio della Messa «costituirebbe un concreto sostegno dell’autorità religiosa fiorentina a posizioni che, come Pastore cattolico, non posso assolutamente condividere». Pare (e sottolineo pare) che vi si voglia attribuire alla Santa Messa unicamente o, almeno, prevalentemente il carattere di parte integrante di manifestazioni pubbliche di idee di qualsivoglia genere. Pare, in altre parole, che il Santo Sacrificio dell’Altare venga ridotto a parte integrante della pubblica manifestazione delle tesi che saranno sostenute durante la presentazione del libro. Pare, dunque, che l’evidente gerarchia tra il più alto dei sacramenti e la presentazione di un volume, sia pure di argomento dottrinale, venga ribaltata e che tale ribaltamento venga dato per scontato tanto nella mente degli organizzatori, quanto in quella, almeno, di tutti i fedeli della diocesi fiorentina. Ecco che, secondo questa logica, il Vescovo che non impedisca tale celebrazione apparirebbe, quantomeno di fatto, consenziente alle tesi esposte nel successivo convegno.

Sul fatto, poi, che un Pastore cattolico non possa assolutamente condividere le posizioni di chi interpreta il Concilio Vaticano II come un Concilio pastorale e non dogmatico (ammesso che questo sia ciò che i relatori intenderanno dire in sede di presentazione del suddetto volume), esso è destituito di ogni fondamento: le uniche posizioni che un Vescovo cattolico non può assolutamente condividere sono quelle che contrastano con la Fede (vale a dire con la dottrina cattolica) e con la morale; e la tesi della pastoralità del Concilio non contrasta né con la Fede né con la morale.

Sul fatto, infine, che Padre Lanzetta possa celebrare in Vetus Ordo, anche senza l’autorizzazione dell’Ordinario del luogo, concordando unicamente l’orario con chi organizza le funzioni della chiesa prescelta, non è una benigna concessione del Vescovo, ma un diritto soggettivo di ogni sacerdote cattolico in tutto l’orbe terraqueo. Si potrebbe, tutt’al più, osservare che potrebbe costituire violazione di tale diritto il pretendere di restringerlo alla «forma privata», qualora questa formula fosse interpretata come equivalente ad un «a porte chiuse», con esclusione della possibilità, per i fedeli che eventualmente lo desiderassero, di assistervi; sarebbe, invece, pienamente conforme al diritto, qualora fosse interpretata come Santa Messa non di orario.

Quanto succintamente riportato e commentato si iscrive, a nostro modesto avviso, a pieno titolo nel processo di degiuridicizzazione della Chiesa, processo del quale la vicenda dei Francescani dell’Immacolata, di cui padre Serafino Lanzetta è eminente teologo, rappresenta una delle migliori cartine di tornasole. È in corso, con un’accentuazione crescente negli ultimi due secoli, il tentativo di superamento del concetto stesso di diritto canonico, in nome del raggiungimento di una Chiesa pneumatica, all’interno della quale il soffio dello Spirito tenga il posto di ogni norma positiva. Ogni argomento giuridico viene visto come una sclerotizzazione della Chiesa apparato, contrapposta al Popolo di Dio in perenne cammino e, quindi, in perenne mutamento: il diritto in genere e ogni norma in particolare sarebbero, con la loro stabilità, ostacoli a questa continua trasformazione.

In luogo di norme certe, di una gerarchia delle fonti razionalmente comprensibile da tutti di una chiara soggezione alla giustizia divina ed umana, si pensa giunto il momento di imporre erga omnes l’universalità della misericordia, che, per definizione, si adatta sempre al caso specifico e trascende qualunque criterio preordinato.

Ecco che, per tornare alla questione fiorentina, il problema se un certo sacerdote possa o non possa celebrare una Santa Messa, secondo un rito assolutamente cattolico e conforme al diritto canonico, non lo si desume più dalle norme del diritto della Chiesa, ma dalle conseguenze pastorali (si sarebbe quasi tentati di dire politiche) che l’Autorità presume o immagina. E tali conseguenze sono valutate in un’ottica prevalentemente umana, dove la dimensione di culto e le grazie spirituali cedono, inevitabilmente, il passo all’immagine, a ciò che si potrebbe pensare, alle conclusioni umane cui gli osservatori potrebbero giungere.

Paradossalmente, ma non troppo, la tendenziale eliminazione dell’aspetto razionale giuridico dell’agire umano, in nome dell’onnipresenza della dimensione spirituale (quasi fossimo angeli) conduce ad un comportamento o, meglio, a criteri di comportamento impregnati maggiormente di terra, rispetto a quanto avrebbe fatto l’osservanza, anche rigida, del diritto canonico. E questo per un motivo logico: poiché l’osservanza del diritto della Chiesa porta, in ultima analisi, sempre a Dio, come termine ultimo di riferimento, in quanto la norma sovracostituzionale, a cui tutte le norme umane, di qualunque rango siano, debbono soggiacere è la salus animarum. Quando, invece, si eliminano o, anche solo, si superano le norme in nome dello spirito, si sostituisce ad esse una sorta di delirio di onnipotenza, che rende l’uomo (e, per uomo, chi agisce intende, ovviamente, se stesso) «misura di tutte le cose», come direbbe Protagora (486-411 a.C.).

[1] Definizione dello stesso Cardinal Betori, utilizzata nella stessa lettera di diniego.

.

Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle Dottrine Conciliari – di P. Serafino Lanzetta FI – ed. Cantagalli. Pagg. 496 – euro 25,00  –  per acquisti on line inviare una mail a info@riscossacristiana.it . Per le modalità di pagamento, clicca qui

FONDAZIONE LEPANTO: intervista di Chiara Gnocchi a Carlo Manetti

dott. Manetti

Il prof. Carlo Manetti è stato uno dei docenti all’Università d’estate della Fondazione Lepanto, con una relazione intitolata Tecnocrazia, società segrete ed esoteriche. Gli abbiamo posto queste domande:Morale e realtà si trovano in stretto rapporto tra loro, in cosa consiste tale legame?

Innanzitutto la realtà è composta da due concetti fondamentali: l’essere che è oggettivo, su cui l’uomo non può influire, e la realtà morale, ovvero le azioni dell’uomo. La morale, l’insieme di quelle regole che permettono all’uomo di avere un comportamento adeguato alla realtà, discende dalla realtà stessa. Ogni volta che l’uomo presume di creare una morale a prescindere dalla realtà, cade in quello che comunemente si chiama bigottismo, tipico dell’etica calvinista e, prima ancora, dell’etica dei farisei. Il bigottismo, o moralismo, degenera sempre nell’immoralismo positivo, cioè nel chiamare bene il male e male il bene. Come dicevano i latini, «ad impossibilia nemo tenetur», nessuno può essere obbligato a fare cose impossibili: se si esce dalla realtà è evidente che non ci può essere morale e, dunque, ogni comando fuori dalla realtà è di per sé immorale. Ecco spiegato perché ogni tipo di utopia è malvagia: vuole arrecare violenza alla realtà attraverso qualcosa che non si realizzerà mai.

Cosa si intende con “de-razionalizzazione”? Quando è iniziato e ha cosa ha portato tale processo?

L’inizio del processo di de-razionalizzazione coincide con la riforma protestante. È giusto dire, in ogni caso, che un movimento irrazionalista è sempre stato presente nella cultura occidentale: mi riferisco alla gnosi, la quale si basa su un errato principio di conoscenza della realtà. Tale principio afferma, a differenza di quanto fa la tradizione realistica, che l’uomo non conosce la realtà attraverso un processo astrattivo che parte dalla conoscenza sensibile, bensì per illuminazione. Lo gnosticismo afferma che una persona conosce come se fosse illuminata da una entità spirituale non ben definita, dopo un rito di iniziazione in cui l’adepto viene caricato di potenza spirituale.

Questa teoria viene ripresa dall’irrazionalismo occidentale attraverso, appunto, la riforma protestante. Con l’introduzione di due principi quali la «sola scrittura» e il «libero esame», viene uccisa ogni possibilità di comprensione della religione, dal momento che, in tal modo, i singoli lettori della Bibbia possono interpretare come vogliono il testo sacro: di fatto, come diceva Lutero, ogni fedele è una Chiesa. Inizia così il processo distruttivo di sfiducia assoluta nella ragione umana. A questo irrazionalismo si accompagna un rigoroso bigottismo, o moralismo, sia nella versione calvinista sia in quella luterana. Lo sbocco inevitabile, attraverso l’illuminismo e, soprattutto, attraverso Kant, è quello della sostituzione della forza alla ragione. È l’inizio dei regimi totalitari, in cui la forza del detentore del potere politico è totale, assoluta e, pertanto, stabilirà non solo ciò che è bene e ciò che è male, ma anche ciò che è vero e ciò che è falso. Ciò accade tutt’ora, con quello che possiamo considerare il regime eurocratico.

Saint-Simon, attraverso un pensiero materialista illuminista, dà una lettura economicista della realtà. È giusto considerarlo un ispiratore della tecnocrazia?

Saint-Simon non solo è un ispiratore della teoria tecnocratica, ma potremmo dire che è il suo principale inventore. Riprende il materialismo dall’illuminismo, l’economicismo dal liberalismo, l’idea dell’onnipotenza dello Stato e degli uomini rappresentativi dai giacobini, l’idea del progresso come applicazione meccanica e violenta di una lettura presunta razionale della realtà da Fourier. Anche in questo caso parliamo di una razionalità astratta, quindi di fatto irrazionale, poiché, come detto prima, non tiene conto della realtà.

L’idea di Saint-Simon, e del pensiero tecnocratico in generale, è che l’uomo raggiunge la felicità quando soddisfa quelli che Marx chiamerà i bisogni primari, che si ottengono con il denaro. Di conseguenza, il compito dello Stato è esclusivamente quello di produrre e massimizzare la ricchezza. Per fare questo il potere deve essere lasciato nelle mani sia di coloro che sono in grado di moltiplicare la ricchezza, ai tempi di Saint-Simon gli industriali e oggi i finanzieri, sia di coloro che utilizzano la cultura per rendere questo processo tendenzialmente eterno, cioè i tecnocrati, persone che sono tecnicamente capaci.

Cosa si intende con il termine sinarchia?

La sinarchia è una teoria di governo politico occulto e mondiale che trova in Daint-Yves d’Alvedre. famoso esoterista francese a cavallo tra l’Otto ed il Novecento, il suo iniziatore. La teoria sinarchica, assolutamente anti-democratica e anti-parlamentare, prevede la divisone della società in tre categorie ben precise: gli iniziati, che coltivano un pensiero esoterico e spirituale, i tecnocrati di Saint-Simon, che abbracciano una visione sincretica della religione e che trovano nel modernismo cattolico i loro massimi sostenitori, e infine gli schiavi, coloro che obbediscono agli ordini imposti dall’alto, non sempre consapevoli di essere pedine mosse dall’alto.

Cosa possiamo fare oggi di fronte a questa situazione?

La prima cosa da fare e, anche, la più importante, è l’informazione corretta, data al più grande numero di persone possibile: maggiore sarà la consapevolezza del pericolo che ci sovrasta e del disegno di cui siamo vittime designate e maggiore sarà la resistenza a tutte quelle singole iniziative, che appaiono come isolate, ma che, invece, fanno parte di un’unica trama.

Il passo susseguente all’informazione è la tutela di quanto rimane del diritto naturale, poiché l’eliminazione di questo e la conseguente eliminazione delle società naturali, prima fra tutte la famiglia, rendono l’uomo nudo, isolato ed indifeso di fronte al potere sinarchico.

Certamente il potere sinarchico non è destinato a durare ma, come tutti i regimi contro natura (si pensi a quelli totalitari del ‘900), imploderà su se stesso e si auto-eliminerà; non è, però, indifferente se questo avverrà prima o dopo ed il grado di potere che i sinarchi avranno raggiunto in quel momento: maggiore sarà il tempo del loro dominio ed il potere da loro accumulato e maggiori saranno i danni, le sofferenze, la miseria e la morte che le popolazioni civili loro assoggettate dovranno patire.

Chiara Gnocchi

Fonte: Corrispondenza Romana

FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA: una strategia difensiva che non è riuscita

La vicenda dei Francescani dell’Immacolata appare oggi, con il senno di poi, come un copione scritto fin dall’inizio e recitato dai protagonisti, in parte alla lettera ed in parte “a soggetto”; il finale del dramma è lo scioglimento, de jure o de facto, dell’Istituto, sia nel ramo maschile che in quello femminile, anche grazie ad una strategia difensiva quantomeno inefficace. L’affermazione può apparire ardita, ma trova puntuale riscontro nello svolgimento dei fatti.

Il 6 luglio 2012 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le società di vita apostolica nomina mons. Vito Angelo Todisco Visitatore apostolico dei Frati Francescani dell’Immacolata, in seguito all’accusa a padre Stefano Manelli ed ai vertici dell’Ordine di «imporre» con pressioni la celebrazione in Vetus Ordo del santo Sacrificio della Santa Messa, denuncia presentata da cinque Frati (Antonio Santoro, Michele Iorio, Pierdamiano Fehlner, Massimiliano Zangheratti ed Angelo Geiger).

Le anomalie si presentano subito: il Visitatore non ispeziona i conventi, non si premura di conoscere direttamente la vita e la spiritualità dei Frati, non verifica le accuse, ma si limita ad inviare a tutti i Professi Solenni un questionario (1° novembre 2012), costruito per creare un clima di sfiducia nei confronti dei Superiori e, in particolare, del Fondatore, più che per accertarne l’eventuale esistenza (cfr. http://www.riscossacristiana.it/il-caso-dei-francescani-dellimmacolata-analisi-del-questionario-del-visitatore-apostolico-mons-vito-angelo-todisco-di-cristina-siccardi/).

Formalmente, sulla base dell’esito di tale questionario, il Visitatore stende una relazione, che autorizza la Commissione per i religiosi a commissariare i Frati Francescani dell’Immacolata. Con Decreto dell’11 luglio 2013. Le risposte date alle domande del Visitatore sono state tenute segrete fino al 24 settembre 2013, allorché ne è stato pubblicato, sul sito ufficiale dell’Ordine, gestito dal Commissario e dai suoi collaboratori, un sunto alquanto tendenzioso (http://www.immacolata.com/index.php/it/35-apostolato/fi-news/239-presentazione-dati-visita-apostolica), oltre che incompleto.

Perché tanto silenzio (quasi 11 mesi!) e perché una pubblicazione incompleta dei dati? Perché l’esito di quel questionario non avrebbe autorizzato nessun tipo di commissariamento (cfr. http://www.corrispondenzaromana.it/la-verita-sul-commisariamento-dei-francescani-dellimmacolata/).

Di qui è una catena ininterrotta di violazioni del diritto canonico, a partire dallo stesso Decreto di Commissariamento, come dimostrato dai professori Roberto de Mattei, Mario Palmaro, Andrea Sandri e Giovanni Turco, nel loro saggio Analisi del Decreto di Commissariamento dei Francescani dell’Immacolata (http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/analisi-del-decreto-di-commissariamento-dei-francescani-dellimmacolata/).

Viene, nello stesso Decreto, vietato ai Francescani dell’Immacolata di dire la Santa Messa in Vetus Ordo, salva espressa deroga concessa dal Commissario, in flagrante violazione del Motu Proprio «Summorum Pontificum» (7 luglio 2007) di Benedetto XVI; viene smantellato il Seminario dell’Istituto; vengono allontanati e dispersi, in varie parti del mondo, i più eminenti esponenti dell’Ordine; vengono chiusi conventi; viene segregato padre Manelli, i cui colloqui con i Frati sono, di fatto, resi quasi impossibili… solo per citare alcuni degli episodi più eclatanti.

A tutto ciò le reazioni dei Frati rimasti fedeli al loro Fondatore ed al carisma dell’Istituto sono, per usare un eufemismo, pacate. La resistenza sul piano del diritto canonico è insufficiente, attendista, quasi a sperare che il non reagire con la dovuta forza induca l’interlocutore a cessare le sue violazioni della legge della Chiesa; niente di più illusorio, ovviamente: ogni violatore del diritto tende a portare la sua azione tanto più in profondità, quanto meno essa viene contrastata; e questo è tanto più vero quando tali illeciti sono commessi non solo e non principalmente per interesse personale, quanto per odio ideologico nei confronti della controparte: se la finalità dell’ingiustizia è la distruzione di qualcuno o di qualcosa, la moderazione di quest’ultimo non può che galvanizzare l’aggressore ed eccitarlo a nuova violenza.

Con il clima di intimidazione crescente nei confronti dei Frati e di loro reazione “moderata”, nonostante da varie parti si levino voci in loro difesa, anche da ambienti lontani dalla Chiesa, il cardinale Joâo Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le società di vita apostolica, sente giunto il momento per aggredire il ramo femminile dell’Istituto, finora risultato indenne anche dalle minime defezioni, che avevano dato l’occasione per l’attacco a quello maschile, ed il 9 maggio 2014 nomina suor Fernanda Barbiero, dell’Istituto delle Suore Maestre di Santa Dorotea, Visitatrice apostolica delle Francescane dell’Immacolata, con poteri da vera e propria Commissaria.

Ma qui giunge l’imprevisto: le Suore presentano ricorso contro una così grossolana violazione del diritto al Supremo Tribunale della Chiesa, la Segnatura Apostolica, che, già nel giugno 2014, lo accoglie, ridimensionando i poteri della Visitatrice. Il Cardinale, allora, nomina altre due “convisitatrici”, le abbadesse clarisse Chiara Damiana Tiberio e Chiara Cristiana Mondonico, rispettivamente del protomonastero di Assisi e del monastero della Trinità San Girolamo di Gubbio.

Continueranno le suore a reagire in maniera più vigorosa dei Frati o seguiranno una strategia di contenimento che fin qui si è rivelata del tutto inappropriata? In questo dramma anche le vittime paiono recitare una parte già scritta o, almeno, abbozzata; è come se gli aggressori potessero contare su reazioni già previste e prevedibili, sulle quali, a loro volta, costruire le loro contromosse. Tanto è vero che l’unica volta, in cui non vi è stata la solita e prevista rassegnazione (il ricorso contro i poteri abnormi di suor Fernanda), il cardinale Braz de Aviz ha riportato una sconfitta.

La reazione contro la violenza e l’ingiustizia ha valore positivo sia morale che pratico. Sul piano etico, l’obbedienza all’ordine ingiusto è accettabile ed anche meritoria, come sofferenza offerta a Dio, solo quando non può in nessun modo essere o, anche solo, apparire, come connivenza con, o accondiscendenza, alla dottrina erronea o all’immoralità soggiacente alla violenza stessa; in altre parole, quando non è e non appare come complicità con l’aggressore ingiusto; poiché, altrimenti diviene correità con questo, anche solo per lo scandalo che può derivarne nelle anime semplici.

Sul piano pratico, poi, la resistenza alla violenza ed all’ordine ingiusto, anche se sconfitta, riduce la portata del male compiuto dall’aggressore, in quanto, nel peggiore dei casi, ne riduce il consenso e, nel migliore, ne riduce la realizzazione.

All’Editto di Milano (febbraio 313), con il quale Costantino ha garantito la libertà di culto ai cristiani, ponendo le basi del successivo Editto di Tessalonica (27 febbraio 380), con cui Teodosio rendeva il Cristianesimo religione di Stato, hanno certo contribuito i martiri che hanno versato il loro sangue sotto l’Impero di Diocleziano e dei suoi predecessori, ma lo hanno anche fatto (ed in maniera decisiva) i cristiani che hanno combattuto nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312).

«Occorre dar battaglia, perché Dio conceda la vittoria», soleva ripetere santa Giovanna d’Arco.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

L’ “etica dell’amore” e le querele di Enzo Bianchi

In quello che potremmo definire come post-Modernismo, vale a dire la banalizzazione di potere e la conduzione alle sue estreme conseguenze del Modernismo classico e della «Nouvelle Theologie», la Chiesa istituzionale deve essere abbattuta, per lasciare il posto ad una «Chiesa pneumatica», vale a dire totalmente carismatica, dove «lo Spirito soffi dove vuole», con accenti schiettamente gioachimiti. Questa è sicuramente la visione che caratterizza Enzo Bianchi, di cui è divulgatore instancabile; si potrebbe quasi dire che il fondatore della comunità di Bose sta al post-Modernismo come Piero Angela sta al Positivismo scientifico.

di Carlo Manetti

.

zznzbncIl 1° agosto 2014 Enzo Bianchi dava una delle più edificanti dimostrazioni di che cosa sia, in concreto, il superamento della giuridicità della Chiesa e la sostituzione dell’amore alla verità come stella polare dell’agire umano e, quindi, cristiano.

In un memorabile discorso in occasione della Festa del Perdono di Assisi alla Porziuncola, il dottor Bianchi, parlando della situazione in Medio Oriente ha affermato che «dobbiamo dire una parola come cristiani proprio nel momento in cui siamo cacciati e perseguitati in quelle terre. […] E proprio perché noi cristiani siamo vittime in questo momento, e non siamo attori del conflitto, dovremmo avere il coraggio, un forte coraggio di dire che l’unica via per portare la pace in quelle terre è il perdono. […] Se si guarda la giustizia, i palestinesi hanno molte cose da rimproverare agli ebrei e gli ebrei hanno altrettanto da rimproverare ai palestinesi. Solo con la giustizia non si viene fuori da quel conflitto. Occorre un perdono reciproco per ricominciare una nuova storia. E noi cristiani dobbiamo avere la forza e l’audacia di portare questo che è il messaggio di Cristo». Egli, quindi, ha formalmente richiesto a persone e popoli che hanno conosciuto e patito ingiustizie di sangue, persecuzioni e morti di amici e parenti, fino ai familiari più stretti, di rinunciare non solo alla vendetta, ma anche alla giustizia e di perdonare tutto; ha, di fatto, chiesto ad interi popoli un atto di eroismo difficile e duro per chiunque, santi compresi. L’ardire è grande. E ancora maggiore è l’audacia di incorporarsi a quelle persone e di rivolgere l’invito ad un «noi», che lo rende parte integrante di coloro che sono chiamati a perdonare, anche se lui non ha patito nulla di paragonabile, non ha nulla di così grave da perdonare, ma la sua “autorità morale” lo pone alla testa di questi eroici uomini di perdono, anche senza portare alcun dolore raffrontabile al loro. Egli pretende di dare l’esempio, anche senza essere in condizioni oggettive simili, condizioni che renderebbero esemplarmente credibile tale pretesa.

Nel medesimo giorno l’avvocato Andrea Castelnuovo di Torino, in nome e per conto del capo della comunità di Bose, inviava una lettera di diffida e minaccia di querela nei confronti di vari siti internet, colpevoli, a suo dire, di aver utilizzato abusivamente immagini, liberamente reperibili sulla rete e non coperte da copyright, del suo cliente e di averlo diffamato.

Indipendentemente dalla rispondenza al vero di tali accuse, rispondenza tutt’altro che evidente e, soprattutto, messa in dubbio dalla stessa genericità delle accuse formulate (senza riferimenti precisi), colpisce lo stridente contrasto tra l’eroico perdono richiesto alle popolazioni mediorientali e l’implacabile “sete di giustizia” (nella più benevola delle ipotesi) di Enzo Bianchi nei confronti di chi, al massimo, ne avrebbe leso il buon nome. Parrebbero esserci gli estremi per accusare il minacciato querelante di clamorosa incoerenza. Ma non è così. Le due parti di questa emblematica giornata si legano coerentemente nell’ideologia e nella fede religiosa del soggetto.

In quello che potremmo definire come post-Modernismo, vale a dire la banalizzazione di potere e la conduzione alle sue estreme conseguenze del Modernismo classico e della «Nouvelle Theologie», la Chiesa istituzionale deve essere abbattuta, per lasciare il posto ad una «Chiesa pneumatica», vale a dire totalmente carismatica, dove «lo Spirito soffi dove vuole», con accenti schiettamente gioachimiti. Questa è sicuramente la visione che caratterizza Enzo Bianchi, di cui è divulgatore instancabile; si potrebbe quasi dire che il fondatore della comunità di Bose sta al post-Modernismo come Piero Angela sta al Positivismo scientifico.

«Come nell’infinito lo Spirito Santo procede dal Verbo e nella creatura spirituale la volontà dall’intelletto, così la negazione di quella processione importa l’assorbimento della legge nell’amore. L’uomo avente la carità è libero dalla legge la quale è presa unicamente come ordine obbligante e coercitivo. Anzi si contrappone la legge allo spirito e se ne fa il carattere dell’uomo antico e il contrario del Vangelo. La dottrina cattolica viceversa insegna che l’amore contiene l’obbedienza alla legge e modella la volontà sull’ordine della legge» (Romano Amerio, Iota unum, n171). Gesù stesso dice ai Suoi discepoli «se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15).
L’assolutizzazione dell’amore ha come conseguenza la relativizzazione e soggettivizzazione della verità («ciascuno ha la sua verità e solo dal dialogo si può crescere nella comprensione reciproca») e, conseguentemente, dei dogmi, che debbono essere reinterpretati in modo da non essere «divisivi» ed il dialogo cessa di essere strumento di conversione degli acattolici, per divenire mezzo di reciproco arricchimento, quando non fine a se stesso. Di qui l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso, portati alle loro estreme conseguenze, con il passare sotto silenzio (nella migliore delle ipotesi) i dogmi cattolici che maggiormente possono urtare la sensibilità degli interlocutori o quella che come tale si presume.
Consegue da questa visione l’impossibilità di definire un’etica oggettiva, uguale per tutti ed a tutti imponibile: poiché, come la Chiesa insegna da sempre, la morale discende dal dogma, se i dogmi sono divenuti liquidi ed adattabili (nel senso che non solo possono, ma debbono essere adattati) all’interlocutore ed alla circostanza, a maggior ragione lo sarà la morale; le medesime azioni diverranno buone o cattive a seconda dei momenti e delle circostanze.

In questa “logica”, diviene perfettamente conseguente e perde tutta la sua contraddittorietà richiedere, da un lato, l’eroismo del perdono, quando il farlo può essere utile pars construens della positiva immagine della Chiesa della misericordia e priva di legge, e, dall’altro, reprimere, con tutta la durezza di cui si è materialmente capaci, coloro che, criticando uno dei principali banditori di tale Chiesa, pretenderebbero di difendere la Chiesa del passato, della legge e non aperta allo spirito, in una sorta di pars destruens.

La minaccia di querela non è da intendere, in questo contesto, come una riaffermazione del primato del diritto, sia pure statuale, come sarebbe stato nel Modernismo classico, ma come mero strumento pratico per mettere a tacere i nemici della nuova concezione di Chiesa. L’eliminazione della legge, sia morale che giuridica, dall’orizzonte della nuova etica dell’amore comporta un’applicazione ecclesiale della leniniana doppia morale o morale rivoluzionaria: senza nessuna considerazione per un qualsivoglia giudizio sulle azioni astrattamente considerate, diviene buono ciò che è utile all’affermazione della religione dell’amore (Lenin avrebbe detto della Rivoluzione) e cattivo ciò che vi si oppone.

.

fonte: Corrispondenza Romana

Francescani dell’Immacolata. Domenico Rosa intervista Carlo Manetti

Chiesa e Tradizione

Parla lo studioso Manetti:

“Francescani dell’Immacolata perseguitati.

Il papa ne risponderà dinanzi a Dio”

Carlo Manetti sarà a Firenze mercoledì 16 luglio per presentare la rivista di apologetica teologica ‘Fides Catholica’

Ven, 11/07/2014 – 12:59 — Domenico Rosa

Immagine articolo - Il sito d'Italia

Dopo l’articolo “Francescani dell’Immacolata: Il Commissario Volpi liquida il diritto della Chiesa”, pubblicato sul sito di Corrispondenza Romana e ripreso da Riscossa Cristiana, dello scrittore Carlo Manetti, è tornata al centro del dibattito la vicenda dell’ordine fondato da Padre Manelli, la famiglia religiosa responsabile della parrocchia di San Salvatore in Borgo Ognissanti a Firenze. Manetti, curatore di un libro “Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata” (Edizioni Fede e Cultura) sarà a Firenze mercoledì 16 luglio per presentare la rivista di apologetica teologica ‘Fides Catholica’ fondata dall’ex priore della parrocchia di Ogissanti padre Serafino M. Lanzetta, allontano in seguito al commissariamento dei Francescani dell’Immacolata. All’incontro che si terrà alle ore 17 presso la Sala Collezioni del Consiglio Regionale della Toscana in via Cavour, 18 parteciperanno Giovanni Donzelli, capogruppo FdI in Regione; Pucci Cipriani, direttore di Controrivoluzione; Ascanio Ruschi, presidente della Comunione Tradizionale; Guido Scatizzi, colloboratore di Riscossa Cristiana.

In attesa dell’incontro fiorentino abbiamo intervistato lo studioso piemontese per conoscere meglio questa vicenda che da ormai un anno sta turbando il mondo cattolico.

Dott. Manetti, nel suo ultimo articolo lei parla delle violazioni del diritto canonico compiute dal commissario, p. Fidenzio Volpi. Questo però non è che un aspetto di una vicenda che appare nel suo complesso di difficile comprensione. Vuole farci una breve cronistoria di ciò che è accaduto?

La vicenda è lunga e tortuosa: mi proverò, quindi, a farne una breve sintesi, che risulterà incompleta e necessitante di approfondimenti su più punti, ma, spero, chiara ed obiettiva; se qualcuno volesse approfondire meglio la questione degli esordi e della conduzione prima della vicenda, può leggere il libro «Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata», che ho avuto l’onore di curare per Fede & Cultura, in cui sono raccolti i più importanti interventi giornalistici sul tema.

Tutto nasce da cinque Frati Francescani dell’Immacolata, che dissentono dal Padre fondatore e lo accusano di autoritarismo ed autoreferenzialità. La Congregazione per gli istituti di vita consacrata e per le società di vita apostolica, presieduta dal Cardinale João Braz de Aviz, invia un Visitatore Apostolico, Monsignor Vito Angelo Todisco, che chiede il commissariamento dell’Ordine, a conclusione di una visita canonica che definire “irrituale” è poco. Il Commissario Apostolico inviato è Padre Fidenzio Volpi, che, fin dal principio della sua missione, conduce un progressivo, anche se rapido, smantellamento dell’Ordine: chiusura di conventi, eliminazione del seminario, trasferimenti assolutamente arbitrari e punitivi di tutti i frati che hanno ricoperto ruoli importanti all’interno dell’Istituto, concentrazione di ogni autorità nelle mani proprie e di Padre Alfonso Bruno, definito, con ardito parallelismo storico, ma non senza fondamento, da Pucci Cipriani come il Quisling della situazione, oltre a un manipolo di collaborazionisti.

Mi par di capire dalla sua risposta che il commissariamento e le modalità con cui viene attuato non trovano di fatto giustificazioni. Tra i Francescani dell’Immacolata non sono accaduti scandali, non ci sono stati comportamenti o discorsi censurabili dal punto di vista della dottrina. Ma quali sono le motivazioni ufficiali delle autorità religiose?

La cosa che maggiormente sorprende è la totale assenza di accuse nei confronti di Padre Manelli e dei Francescani dell’Immacolata rimossi. L’unica cosa che viene imputata loro è quella di «non sentire cum Ecclesia». Già il tenore dell’accusa ricorda molto da vicino il concetto di «colpa d’autore», vale a dire il singolare reato presente, in tutta la storia dell’umanità, unicamente nel codice penale della Germania nazionalsocialista e nell’Unione Sovietica staliniana, che prevedeva la condanna di qualcuno che non si era macchiato di nessun crimine specifico, cioè non aveva tenuto nessuna condotta espressamente vietata dalla legge, ma era, per sua natura, non conforme al regime.

La vicenda ha superato i confini dei siti web cattolici e se non sbaglio è stata ripresa anche dalla stampa nazionale. Secondo lei c’è stata in proposito un’informazione corretta?

A parte coloro che hanno colto l’occasione per compiere atti, non richiesti, di adesione ad ogni cosa provenga dalla Santa Sede o sia da questa direttamente o indirettamente avallata e per cercare di colpire di cattolici fedeli alla Tradizione ed i megafoni di Padre Bruno (entrambe le categorie, debbo dire, molto limitate), la vicenda dei Francescani dell’Immacolata ha posto seri dubbi a molti, tra cui i maggiori vaticanisti, anche di parte laica, sull’operato del Commissario. Si sarebbe forse potuto dire di più e meglio, ma, sostanzialmente, è uscita abbastanza la verità.

La gente comune come ha reagito a questa vicenda?

C’è stato molto sbigottimento. Molto dolore. Ma direi che va crescendo il desiderio, composto, quasi “freddo” e, quindi, più profondo e duraturo nel tempo, di reagire, di dimostrare vicinanza a questi frati, la cui unica colpa è quella di pregare e fare penitenza, di vivere come la Chiesa ha sempre insegnato che debbono vivere dei religiosi, senza seguire le ultime mode ecclesiali.

A suo avviso, come si chiuderà il commissariamento? Lei pensa che l’ordine rischi di scomparire?

Non lo so, ma tutti gli indizi portano a concludere che il disegno sia proprio quello di smantellare l’Ordine, anche come esempio di normalizzazione e di nuovo clima ecclesiale, dove poco o nulla si tollera chi non si conforma al nuovo vento, chi prega troppo, come la Visitatrice apostolica ha rimproverato alle suore dell’Ordine.

Ma il Papa non potrebbe intervenire? Mi pare che l’avesse anche promesso ai familiari di Padre Manelli…

Finora ha sempre avallato tutto ciò che il Commissario ha fatto. Su questo punto (è l’unico) bisogna dire che Padre Volpi ha perfettamente ragione. Dopo la promessa di intervento fatta ai parenti di Padre Manelli, è intervenuto, ma per ribadire il suo appoggio all’azione del Commissario. Risponderà a Dio di questo, come io Gli risponderò di questa intervista e di tutto ciò che ho detto e scritto su questa triste vicenda.

Fonte: Il sito di Firenze

Francescani dell’Immacolata: Il Commissario Volpi liquida il diritto della Chiesa

Il 1° luglio scorso è uscita la seguente «Nota Ufficiale dell’Autorità dell’Istituto», a duplice firma del Segretario Generale, Padre Alfonso Maria Bruno F.I., e del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi O.M.F. Capp., dei Frati Francescani dell’Immacolata:

«In considerazione di alcuni gravi abusi, che hanno nuociuto all’immagine ed alla stessa corretta vita religiosa dell’Istituto, si ricorda ai responsabili di tutte le Case Mariane che l’allontanamento, anche per brevi periodi, dei Religiosi ad esse assegnati può avvenire soltanto previa espressa autorizzazione scritta rilasciata dalla rispettiva Delegazione nazionale se il viaggio avviene nel suo ambito, oppure del Commissario Apostolico nel caso ci si rechi all’estero.

Queste disposizioni si applicano anche ai Reverendi Padri Guardiani e ai Vicari Responsabili.

A costoro è richiesta l’affissione di questa nota nell’albo di ogni Casa Mariana, la sua lettura alla Comunità e la puntuale esecuzione di quanto in essa disposto.

Roma,1 luglio 2014»

Ci sentiamo di sostenere che questa Nota rappresenta un ulteriore passo verso la degiuridizzazione della Chiesa. L’affermazione può apparire grave e sproporzionata, ma cercheremo di dimostrare come il valore del documento in parola vada decisamente oltre le vicende dell’Istituto fondato da Padre Stefano Manelli.

La questione del ruolo del diritto all’interno della Chiesa è uno dei nodi cruciali dello scontro tra la Tradizione cattolica ed il modernismo, anche se è tra i meno apertamente dibattuti. La Chiesa è stata voluta da nostro Signore Gesù Cristo come un societas perfecta, vale a dire una società bastante a se stessa, con, al suo interno, tutto ciò che le necessita. Ecco che il momento giuridico è fondamentale per ogni comunità umana, che, se non è regolata da uno proprio, deve mutuare quello altrui, cessando così di essere societas perfecta, per divenire societas imperfecta, debitrice ad altra società del proprio diritto. Di qui la tradizionale cura della Chiesa nei confronti del proprio diritto interno, con attenzione alle forme ed alle formalità, attenzione che, a prima vista, è anche potuta apparire eccessiva, ma che ha sempre svolto la duplice funzione di salvaguardare l’indipendenza del Corpo Mistico di Cristo, anche nella sua parte umana, e quella di dare maggiore concretezza e forza alla missione salvifica della Sposa di Gesù, poiché tale finalità è sempre stata presente nel diritto canonico come norma “supercostituzionale” diremmo noi oggi, attraverso il principio della salus animarum suprema lex.

Il modernismo ha, invece, tentato di privare la vita della Chiesa dell’aspetto giuridico, considerato inadatto ad accogliere la mutevolezza dell’ispirazione dello Spirito, in nome di un carismatismo, molte volte inespresso, tendente a giustificare o condannare le singole azioni, non in base a criteri di certezza del diritto, ma a seconda della loro adesione o meno alla linea del rinnovamento da esso perseguita, in una sorta di doppia morale leninista in salsa cattolica: quando la norma contraddice l’ansia di novità, essa non deve essere applicata, in quanto contraddice “l’ispirazione dello Spirito”; quando, invece, la medesima norma può aiutare a reprimere la Tradizione, pardon a «modernizzare la Chiesa», colpendo coloro che si oppongono al «vento di novità», allora deve essere applicata con estremo rigore, magari forzandola a ciò che serve.

Il diritto canonico, lungi dall’essere quell’oppressione formalistica di cui favoleggiano i modernisti, è la più concreta garanzia di concreta realizzazione della giustizia nella vita della Chiesa, perché mai una norma ingiusta potrà trovarvi applicazione, se non con un abuso e, quindi, con un crimine, anche sul piano squisitamente giuridico: la norma ingiusta non è mai vera norma, ma sempre azione antigiuridica, perché contraddice il diritto naturale, gerarchicamente sovraordinato alle norme positive (poste dal legislatore). Questo principio che è valido per tutti gli ordinamenti giuridici, anche per quelli che lo negano, nel diritto canonico è formalizzato in modo esplicito.

Ecco che l’eliminazione della giuridicità e la sua sostituzione con il carismatismo e la politicizzazione ideologica dell’agire, lungi dall’aprire spazi di libertà, consente i più clamorosi abusi.

E la Nota da cui siamo partiti ne è un clamoroso esempio. Le Costituzioni dei Francescani dell’Immacolata, al n. 70, recitano:

«I frati devono abitare nella propria casa religiosa osservando la vita comune e non possono assentarsene senza licenza del Padre guardiano. Se poi si tratta di un’assenza prolungata [per più mesi], il Ministro generale, con il consenso del suo Consiglio e per giusta causa, può concedere ad un frate di vivere fuori della casa dell’Istituto, ma per non più di un anno, a meno che ciò non sia per motivi di salute, di studio o di apostolato da svolgere a nome dell’Istituto (cf. can 665 § 1). Per un periodo più lungo è necessario l’indulto della Santa Sede».

Secondo il Galateo interno, poi, solo per andare all’estero si deve chiedere il permesso al Delegato nazionale (che funge da Provinciale).

Qual è la logica del combinato disposto delle Costituzioni e del Galateo interno? La validità delle motivazioni per cui un frate può lasciare la sua residenza abituale è decisa dall’autorità più vicina o, per essere più precisi, dall’autorità dal cui ambito il frate stesso esce: se lascia la casa e, quindi, esce dall’autorità del Padre guardiano, sarà quest’ultimo a dare il permesso; se deve andare all’estero e, dunque, sottrarsi all’autorità del Delegato nazionale, sarà questi ad autorizzarlo. La logica è così semplice da apparire banale: chi meglio della persona che ha autorità su un determinato ambito può mettere in relazione le esigenze del singolo frate con quelle dell’ambito da lui governato? Con l’ulteriore vantaggio che a decidere è chi è più vicino alla concreta situazione personale (del frate) e collettiva.

Che cosa dice, invece, la Nota: per gli spostamenti all’interno dello Stato, decide la Delegazione nazionale e, per quelli all’estero, addirittura il Commissario Apostolico.

Per il diritto canonico (le Costituzioni) il frate è una risorsa, un bene, una grazia di Dio, di cui può decidere di privarsi il responsabile dell’ambito che se ne priva. Per l’abuso (di seguito dimostreremo che la Nota è una violazione giuridica travestita da norma), invece, la presenza del frate in un determinato ambito è un pericolo, che può decidere di correre il responsabile dell’ambito in cui il frate diviene presente. Il diritto parte dalla fiducia nel soggetto, fino a prova contraria; l’abuso totalitario ed antigiuridico, invece, parte dalla sfiducia sistematica, contro la quale, addirittura, la prova contraria diviene, de facto, impossibile.

Il diritto è tutela delle persone, mentre la sua esautorazione è libertà di arbitrio per il detentore del potere, che non si vede più limitato, nel suo agire, dalla norma.

Più nello specifico, il Commissario può andare oltre le Costituzioni? Può violarle? Può modificarle? No, perché il Commissario è un Superiore generale pro tempore. E, se il Superiore generale potesse modificare a suo piacimento le Costituzioni, queste non avrebbero più alcun valore e si ridurrebbe la vita dell’Ordine alla pura soggezione all’arbitrio del Superiore. Altro che l’autoreferenzialità imputata a Padre Manelli!

Si potrebbe dire che l’autorità del Papa è superiore a quella delle Costituzioni e che, quindi, visto che Padre Volpi gode della fiducia del Pontefice, l’autorità del Santo Padre copre gli atti del Commissario. Ma questo è falso.

Non è l’autorità del Papa ad essere superiore a quella delle Costituzioni, ma sono gli atti papali ad essere superiori alle Costituzioni. È diverso, perché, indipendentemente dal fatto che la persona del Pontefice sia al corrente ed anche approvi l’operato di un suo subalterno (nel caso di specie del Commissario), gli atti di costui non saranno mai atti papali e, quindi, non potranno mai oltrepassare, violare o mutare le Costituzioni: se il Capo visibile della Chiesa lo vuole fare, è obbligato a farlo lui, con un atto proprio.

Si dirà che si tratta di formalismi. No! Si tratta delle più elementari norme di garanzia contro gli abusi. Le Costituzioni sono la codificazione scritta della vita dei membri di un Ordine religioso: violarle significa violare la loro vita, mutarle significa mutare la loro vita. È giusto che, se il Papa vuole farlo, sia costretto a farlo di persona, assumendosene tutta la responsabilità e che non possa essere lasciato questo potere a qualcuno che, almeno sul piano teorico, possa poi essere sconfessato domani dalla Santa Sede.

Come si vede, questa Nota non è solo una violazione del diritto, ma è una violazione palese; e questo essere palese (verrebbe quasi da dire ostentata) la rende un vero e proprio attentato a tutto l’ordinamento giuridico: è come se il Commissario dicesse: «Il diritto canonico non lo permette, ma la mia missione è superiore all’ordinamento giuridico, perché io godo della fiducia del Papa e, quindi, faccio ciò che ritengo opportuno, indipendentemente dalla legge».

Ancora una volta (e temiamo che non sarà l’ultima) la vicenda dei Francescani dell’Immacolata è fedele cartina di tornasole del grado di profondità raggiunto dalla crisi della Chiesa, crisi di cui l’eclissi del diritto è parte integrante tutt’altro che secondaria.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

Francescani dell’Immacolata. Quando posso, e quindi debbo, obbedire a un comando iniquo?

L’ultimo abuso compiuto dal Commissario Apostolico ai danni di p. Stefano M. Manelli ci pone di fronte a un problema fondamentale: quando è dovuta l’obbedienza a un ordine iniquo dato dall’autorità legittima e quando invece tale obbedienza diviene colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore.

di Carlo Manetti (*)

.

ZZFFI3La questione dei Francescani dell’Immacolata rappresenta la più importante cartina di tornasole dello stato dell’attuale crisi della Chiesa: vi si concentrano questioni inerenti alla purezza della Fede, al problema dell’obbedienza, al problema della santificazione, al rapporto tra rigore della regola di un Ordine religioso e debolezze di alcuni suoi membri…

L’episodio che ha dato il destro per tornare a parlare di questa vicenda, mai chiusa e sempre in evoluzione (si dovrebbe dire, più correttamente, in involuzione), è stato l’ultimo abuso, in ordine di tempo, compiuto dal Commissario Apostolico, padre Fidenzio Volpi o.f.m. capp, ai danni di padre Stefano Manelli, quando gli ha negato il permesso di celebrare il Santo Sacrificio della Messa sulla tomba dei propri genitori, in occasione del suo 81º compleanno; il tutto splendidamente sintetizzato nel breve, quanto esaustivo articolo di Michele Majno. Oltre al sempre opportuno e degno di quotidiana meditazione ammonimento finale («indipendentemente dal fatto che lei ci creda ancora o no, le ricordiamo che, prima o poi, tutti dobbiamo render conto a Dio di ciò che abbiamo fatto»), mi pare particolarmente importante l’affermazione che «la cattiveria, la carogneria (particolarmente vivido, espressivo ed adatto al contesto che vuole descrivere il neologismo), oltre che cattiva è stupida, non ha motivazioni, se non quell’astio che consuma gli animi degli uomini che si nutrono dei sentimenti peggiori». In essa, viene posto in rilievo come ogni abuso, ogni malvagità altro non siano che l’irrazionale ossequio che la persona resa schiava dalle proprie passioni rende a queste, in una sorta di delirio autodistruttivo e spiritualmente suicida; ecco che appare, in tutta la sua evidenza, come la durezza, l’intransigenza e «le armi del rigore» nei confronti dell’errore e del male altro non siano che la vera carità nei confronti dell’errante e del peccatore.

Appare, quindi, evidente come ogni concessione al mondo ed al suo spirito sia, nella concretezza dei fatti, un passo su quel pendio scivoloso che conduce, dalla verità dottrinale ed etica[1], al baratro dell’errore e della perversione, travolgendo, innanzitutto, coloro che vi si accodano. A questo riguardo, molto bella e la disamina, a contrario, fatta da padre Ariel Stefano Levi di Gualdo, che mette molto bene in luce come la cattiveria e la stoltezza del superiore possono e, entro certi limiti, debbano divenire strumento di santificazione per il subalterno.

Si apre qui il grande tema dell’obbedienza all’ordine ingiusto: quando io posso e, quindi, debbo obbedire ad un comando iniquo datomi dalla legittima autorità?

Innanzi tutto, occorre distinguere tra riconoscimento / disconoscimento della legittimità dell’autorità e obbedienza / disobbedienza ad un comando specifico della persona che la incarna. La valutazione della legittimità dell’autorità è indipendente dal giudizio sui suoi singoli atti: un’autorità è legittima quando il suo potere deriva da una causa legittima, indipendentemente dall’uso che di questo potere le persone che la detengono fanno. Lo stesso tirannicidio non è, necessariamente, disconoscimento della legittimità del potere del tiranno: può esserlo e, in questo caso, costituisce il mezzo estremo per il ristabilimento dell’autorità legittima; ma può essere anche solo lo strumento estremo per impedire che un’autorità legittima abusi del proprio potere e, in questa fattispecie, è una forma di legittima difesa collettiva, che non disconosce l’autorità di chi la esercita abusandone, ma mira unicamente ad impedire l’abuso.

Ne consegue, dunque, che di per sé l’atto di disobbedienza non mette mai in discussione la legittimità dell’autorità cui si disubbidisce; questo avviene solamente quando la motivazione e/o la giustificazione della disobbedienza non risiede nell’iniquità del comando, ma nell’illegittimità di chi lo ha dato. E questo principio si estende a tutte le autorità umane, fino al Sommo Pontefice compreso: San Paolo, Sant’Atanasio, Santa Caterina da Siena, Monsignor Lefebvre… contestarono atti e comandi di singoli Pontefici, ma non ne posero mai in discussione la legittimità; tutti coloro che, invece, si richiamano, a vario titolo e con diverse accentuazioni, al cosiddetto «sedevacantismo» fanno discendere (in totale contrasto con la Tradizione cattolica) da atti illegittimi l’illegittimità dell’autorità che li compie, ma, ringraziando Dio, si tratta di elementi larghissimamente minoritari.

Molto importante è mantenere chiara questa distinzione, perché la contestazione di singoli atti e/o comandi dell’autorità, anche suprema, è perfettamente compatibile con la Fede cattolica e la permanenza nella Chiesa, mentre il disconoscimento della legittimità della gerarchia, a maggior ragione se esteso fino ai suoi vertici, pone automaticamente fuori del Corpo mistico di Cristo.

Chiarito questo punto, rimane da vedere quando sia legittima, se non doverosa, la disobbedienza ad un comando proveniente da un’autorità legittima.

È possibile obbedire ad un ordine iniquo quando nel farlo si sacrificano unicamente diritti propri e disponibili, non è legittimo farlo quando, nell’adempimento di tale comando, si compromettono diritti altrui (a maggior ragione se di Dio) o diritti propri non disponibili, tenuto conto delle circostanze in cui ci si trova. Ecco che l’obbedienza ad un ordine iniquo può divenire grandemente meritoria, se ci si trova nel primo caso, ma anche colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore, se ci si trova nel secondo.

Applicando questi principi alla vicenda dei Francescani dell’Immacolata, possiamo affermare che padre Stefano Manelli, obbedendo all’iniquo ed irrazionalmente crudele divieto di visitare la tomba dei suoi genitori, divieto impostogli dal Commissario Apostolico, ha dato ulteriore prova di virtù e di desiderio di santificazione, sfruttando l’oggettiva malvagità del suo superiore pro tempore quale strumento del proprio perfezionamento spirituale e della propria partecipazione alla croce di Nostro Signore Gesù Cristo.

Discorso diametralmente opposto deve essere fatto per altri comandi dello stesso Commissario, quale, ad esempio, l’imposizione di quello che è stato battezzato da molti commentatori come il «giuramento modernista», che, quanto meno per allusioni e calibrati silenzi, voleva indurre al disprezzo della Messa di sempre. In questo caso, ovviamente, l’essersi piegati a tale iniqua imposizione avrebbe comportato una complicità nella diffusione di un «sentire cum Ecclesia», se non propriamente eretico, certamente eretizzante. Consolante è che la stragrande maggioranza dei destinatari di tale ordine ha deciso di non rendersi complice del Commissario.

Sopportare le persecuzioni per obbedire a Dio prima che agli uomini è sempre glorioso, ma quando queste persecuzioni giungono dagli uomini che incarnano la legittima autorità all’interno della Chiesa, allora, oltre al coraggio ed al disprezzo del mondo, viene richiesta, a questi eroici resistenti per Dio, una particolare lucidità di Fede, che palesa al mondo la particolare assistenza dello Spirito Santo, di cui sono oggetto.

.


[1] La loro inscindibilità è assoluta, nel senso che la devianza dottrinale conduce sempre ed inevitabilmente non solo all’immoralità, ma all’immoralismo positivo (esaltazione del male come bene e condanna del bene come male), anche quando si ammanta di una presunta superiorità etica; si pensi, a titolo di esempio, a come i giansenisti, celebri per il loro rigore morale (sarebbe più corretto dire moralistico), siano oggi parte integrante dell’eretica Chiesa di Utrecht, che benedice le “nozze” omosessuali.

.

(*) Carlo Manetti è curatore del libro “Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata“, edito da Fede & Cultura

L’EUROPA IN MARCIA VERSO IL TOTALITARISMO (sec. XIX – sec. XXI). Quarta parte: Jean Coutrot, il padre del “Patto Sinarchico Rivoluzionario per l’Impero francese”

jc

Jean Coutrot

 

Saint-Yves apparve, per tutta la sua vita e per i primi anni immediatamente dopo la sua morte (1909), come il classico pensatore geniale, ma senza un numero sufficiente di seguaci per formare una scuola atta a perpetuarne il pensiero ed a svilupparlo, ma la sua influenza indiretta fu enorme. Di questo era consapevole lui stesso, come appare dal seguente brano de «La missione dei francesi»:

«In nessun periodo della mia vita, ho avuto figli carnali, ma dal 1882 posso dire invece di avere dei figli spirituali in tutte quelle menti che nei miei scritti hanno riconosciuto sè stesse.

Io ho dei doveri nei confronti di questa posterità di pensiero che, per la pace dell’umanità, sarà un giorno più numerosa delle stelle del cielo e dei granelli di sabbia del mare».

È conscio che i suoi figli, eredi e continuatori sono coloro che leggono le sue opere e non coloro che direttamente hanno udito la sua voce. Per circa un ventennio dalla sua morte, nessuno pone in essere atti idonei alla realizzazione dei suoi piani, fino all’azione di Jean Coutrot (1895-1941) ed alla stesura del «Piano del 9 luglio» o «Patto sinarchico per l’Impero francese», stesura a partire dalla quale Tecnocrazia divenne consciamente o inconsciamente sinonimo di insieme dei seguaci di Saint-Yves, più ancora che di quelli di Saint-Simon; i sinarchi presero il controllo della Tecnocrazia e ne divennero la guida, cosicché i discepoli di Saint-Simon che non lo erano anche di Saint-Yves si trovarono in una posizione subordinata, al servizio di coloro che avevano accolto gli approfondimenti del nuovo maestro, molte volte anche senza nemmeno sospettare l’esistenza di un livello gerarchico superiore al loro e composto unicamente di iniziati sinarchi.

Nel 1913 Jean Coutrot entra nell’École Polytechnique[1] e nel 1915 è gravemente ferito a Craonne, dove combatte come ufficiale, tanto che gli viene amputata la gamba destra. Finita la guerra, sposa Annette Gaut ed entra nell’industria cartaria «Gaut et Blancan». Cantore, da buon tecnocrate, della razionalizzazione dell’economia, è, a partire dal 1929, uno dei membri più attivi del Comitato per l’organizzazione nazionale francese[2] e della Commissione generale per l’Organizzazione scientifica del Lavoro, altro strumento tecnocratico. È uno dei fondatori, nel 1931, del «Gruppo X-Crise», trasformato nel 1933, nel «Centre polytechnique d’études économiques», strumento chiave, come vedremo nei prossimi articoli,  dell’ascesa dei sinarchi al potere francese ed europeo. Nel 1934 diviene Presidente della Camera sindacale dei cartai. È membro dell’Ufficio del Ministro dell’Economia nazionale Charles Spinasse (1893-1979), che va dal giugno 1936 al marzo 1937, durante il Governo del Fronte Popolare (1936-1938), e diviene vice-Presidente del Centro nazionale per l’organizzazione scientifica del lavoro (COST).

Nel 1936 fonda il «Centro di studio dei problemi umani», di cui ci occuperemo anche negli articoli seguenti come espressione del potere tecnocratico-sinarchico, circolo di cui facevano parte, tra gli altri, Aldous Huxley (1894-1963), di cui avremo modo di parlare nei prossimi pezzi, soprattutto come autore del romanzo «Il mondo nuovo», il sindacalista Hyacinthe Dubreuil (1883-1971), il filosofo della scienza Jean Ullmo (1906-1980), l’economista, demografo e sociologo Alfred Sauvy (1898-1990), padre Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), di cui ci occuperemo parlando dei rapporti tra Sinarchia e neo-Modernismo, ed il chirurgo e biologista Alexis Carrel (1873-1944).

Nel 1937 è cofondatore, con Auguste e Jacques Barnaud Detoeuf,  e direttore dei «Nouveaux cahiers», un bimestrale pubblicato a Parigi, fino al 1940. La rivista sostiene la cooperazione economica franco-tedesca e maggiori poteri per i tecnici d’élite, schierandosi anche per la costituzione di sindacalismo operaio e padronale apolitico e vincolante. Più in generale, difende l’economia razionale e dirigista; ha l’appoggio di banchieri, quali la Banca Worms, industriali, funzionari governativi e sindacalisti. Le sue tesi sono molto simili al corporativismo, proponendo la collaborazione tra le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e quelle degli operai, al fine di affrontare la crisi. La rivista godeva di benevola attenzione sia in molti ambienti della sinistra, anche estrema, sia tra le file della destra nazionalista. Tra i suoi collaboratori ricordiamo Georges Albertini, (1911-1983), un socialista pacifista, poi fortemente compromesso con il regime di Vichy e, dopo la guerra, intellettuale filo-occidentale e vicino al Presidente Georges Pompidou (1911-1974); Jacques Barnaud (1893-1962), compagno di corso di Coutrot all’École Polytechnique, nonostante sia di due anni più vecchio, dipendente della banca Worms, altissimo tecnocrate sotto il Maresciallo Henri-Philippe-Omer Pétain (1856-1951), fino a divenire Delegato generale per le relazioni economiche franco-tedesche dal 25 febbraio 1941 al 15 novembre 1942, assolto, dopo la guerra dall’accusa di collaborazionismo; Auguste Detœuf (1883-1947), industriale e saggista, ex allievo dell’École Polytechnique, membro del «Gruppo X-Crise», cofondatore della rivista; Ernest Mercier (1878-1955), industriale e dirigente della Compagnia francese del petrolio (CFP), antenata della Total; Boris Souvarine (1895-1984) ebreo ucraino naturalizzato francese, operaio, poi giornalista, storico e saggista, comunista, successivamente critico dello stalinismo e primo biografo di Stalin; e, infine, ricordiamo Simone Adolphine Weil (1909-1943), filosofa ebrea convertitasi al cattolicesimo, passando per il marxismo, mistica e cantrice dell’incontro dell’anima con Dio. Impressionante è il grado di consenso che tale rivista e le sue idee riusciva a convogliare su di sé, tra i cattolici e tra i nemici dei cattolici, tra gli uomini di sinistra e tra quelli di destra, tra i fascisti e tra gli antifascisti: pare quasi di vedere un’anticipazione della fideistica adesione alla Tecnocrazia sinarchica nostrana incarnata dal Governo Monti.

Nell’autunno del 1940, Jean Coutrot offre i suoi servigi al Governo di Vichy, che li rifiuta. Questo fatto incide pesantemente sul suo equilibrio, tanto che si convince sempre più, contro la realtà, che la sua influenza stia scemando ed il 19 maggio 1941 si suicida.

Jean Coutrot è colui che ha permesso al pensiero di Saint-Yves di divenire la religione della Tecnocrazia realizzando quel passaggio dallo stadio di elaborazione dottrinale a quello di attuazione politica: è l’uomo che ha intessuto i legami nazionali (francesi) ed internazionali con tutti i possibili sostenitori ed è il padre del “Piano 9 luglio”, altrimenti detto “Patto Sinarchico Rivoluzionario per l’Impero francese”, di cui ci riserviamo di trattare in un prossimo articolo.

 Carlo Manetti

 


[1] L’École polytechnique è una delle più celebri scuole militari e università di ingegneria francesi, fondata nel 1794 da Jacques-Elie Lamblardie, Gaspard Monge e Lazare Carnot. Il suo motto è: «Pour la Patrie, les sciences et la gloire» (Per la Patria, le scienze e la gloria). Fornisce anche corsi umanistici quali storia, musica, architettura, disegno e scultura. Anche l’attività sportiva vi ha largo spazio. Il suo simbolo (“X”) rappresenta due cannoni incrociati. Gli allievi prestano servizio militare durante il periodo scolastico e ne sono retribuiti. La formazione è, fin dall’inizio, simile a quella degli ufficiali. Una delegazione di allievi sfila il 14 luglio, in alta uniforme, in testa all’Armata francese sugli Champs-Élysées.

[2] Nato nel 1926 dalla fusione del Centro Studi amministrativi (CEA) e della Conferenza per l’Organizzazione francese (COF), diviene la branca francese Comitato internazional per l’Organizzazione scientifica del lavoro (CIOST). È, di fatto, uno degli strumenti di incidenza dei tecnocrati sula cultura industriale e produttiva francese.

 

Fonte: Riscossa Cristiana