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Gli sciiti a un bivio

L’insurrezione dell’integralismo sunnita in Siria non è che l’ultimo episodio, in ordine di tempo, dello scontro che, fin dalla morte di Maometto (632) ha contrapposto la maggioranza sunnita dell’Umma, vale a dire l’insieme di tutti i musulmani, nell’Islam elevato a livello dell’unica nazione ammessa tra i credenti, alla minoranza sciita. Il termine sciita deriva da “shīat Alī” (fazione di Alī). Nel Corano shīat viene usato come fazione, gruppo di partigiani/sostenitori, sia in senso elogiativo che in senso dispregiativo.

Il punto dottrinale di maggiore differenziazione rispetto ai sunniti riguarda il depositario della corretta interpretazione dell’Islam: questi ultimi lo riconoscono nell’Umma collettivamente intesa, mentre i seguaci di Alī nei discendenti della famiglia del Profeta, vale a dire nello stesso Alī, che ha sposato Fatima, l’unica figlia di Maometto a sopravvivere ed a generare, e nei suoi discendenti.

Questa contrapposizione ha immediatamente avuto riflessi politici e militari, che hanno condotto gli sciiti alla disfatta sul campo di battaglia ed alla conseguente persecuzione. Questo fatto ha contribuito a creare nella cultura sciita una mentalità da minoranza e la totale sfiducia nel potere politico, visto come malvagio di per se stesso ed a cui è doveroso, oltre che utile piegarsi, almeno fin quando non comanda cose contrarie alla fede. Questa congerie culturale ha prodotto l’aspetto etico più caratteristico dello Sciismo e, per contaminazione di tutto l’Islam, vale a dire la taqîya.

Questo istituto consiste nel diritto, quando non nel dovere espresso e codificato, di mentire a riguardo della propria fede, giungendo fino a negarla e/o distorcerla, quando questo sia utile ad evitare al credente un pericolo grave e reale. È da ciò che deriva la elevazione a valore morale e positivo della menzogna, la peculiarità forse più appariscente di tutta l’etica islamica. Altra conseguenza politica rilevante è, a differenza di ciò che avviene nel Sunnismo, una forte distinzione tra il potere politico e quello religioso. È quello che va sotto il nome di teoria quietista, di cui si fa interprete, ancora oggi la massima autorità sciita a livello mondiale, vale a dire l’ayatollah Alī al-Husaynī al-Sīstānī.

Il quietismo trova il suo fondamento dottrinale nella teoria dell’imam nascosto, vale a dire il principio secondo cui l’ultimo imam non sarebbe morto, ma sarebbe stato nascosto alla vista degli uomini, fino al suo ritorno come Mahdi, alla fine dei tempi. Nel periodo compreso tra il nascondimento dell’ultimo imam e il ritorno del Mahdi, nessun potere politico è legittimo, nessuno è giusto. Nemmeno l’ascesa al potere in Persia della dinastia safavide e l’imposizione dello sciismo come religione di Stato, ad opera dello Scià Abbas I (1557-1629) ha mutato questo principio.

Fu solo l’ayatollah Ruhollāh Mustafā Mosavi Khomeyni (1902-1989) ad abbandonare tale linea con il suo velayat-e fakih (governo del giurisperito). Sotto l’influsso sunnita egli affermava la necessità di un governo interamente islamico, che, imponendo la vera volontà di Allah permettesse al buon musulmano di vivere come tale. Perché un governo possa essere veramente islamico occorre, sempre secondo il fondatore della Repubblica islamica iraniana, che  non solo il detentore del potere politico sia un fedele discepolo dello sciismo, ma che i giurisperiti, vale a dire i conoscitori della vera interpretazione del Corano, controllino non solo la legislazione, ma anche ogni atto amministrativo dello Stato.

Il mondo sciita si trova così oggi diviso tra un’interpretazione rivoluzionaria e, per certi versi, eversiva del suo rapporto con la politica, incarnata, però, da quella Persia che ne fu culla e ne è, a tutti gli effetti, guida politica e spirituale, ed il tradizionale quietismo propugnato da più della metà dei suoi fedeli e, soprattutto, sostenuto dalla sua suprema autorità religiosa.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

Non sottovalutiamo le differenze tra sciiti e sunniti

La vulgata illuminista che soggiace all’azione di pressoché tutti gli organi di informazione di massa, con lodevoli quanto rare eccezioni, pretende tutti gli uomini uguali e mossi unicamente dal marxiano soddisfacimento dei bisogni primari. In questo quadro anche le peculiarità dottrinali degli sciiti, all’interno dell’Islam, sono sottaciute, con la inevitabile conseguenza di non comprenderne la diversa collocazione sullo scacchiere internazionale. L’Islam è letto dagli sciiti, a differenza dei sunniti, in modo spirituale e dottrinale.

I sunniti pongono l’anima dell’Islam nei famosi cinque pilastri (professione di fede, preghiera, elemosina, digiuno e pellegrinaggio), tutti di carattere unicamente etico; la stessa professione di fede è un atto materiale che non implica nessuna credenza razionale e spirituale. Gli sciiti, pur riconoscendo l’obbligatorietà dei cinque pilastri sul piano etico, vi antepongono gerarchicamente cinque fondamenti dottrinali. Il monoteismo oltre ad affermare l’unicità di Dio, comune a tutti i musulmani, postula, a differenza  dei sunniti, che il Corano e gli altri libri sacri abbiano due livelli interpretativi: uno palese ed uno occulto, esoterico. La profezia è riconosciuta a tutti i profeti biblici ed a Maometto, ma, a differenza dei sunniti, che riconoscono loro l’infallibilità unicamente in tema di fede, gli sciiti attribuiscono loro l’inerranza assoluta.

L’imamato è, forse, la caratteristica maggiormente distintiva dello Sciismo: la catena profetica che parte da Adamo non termina con la morte di Maometto, ma prosegue, sia pure in modo più attenuato, con una successione di guide, che, al tempo stesso siano e diano prova della veridicità dell’Islam e dirigano la comunità: gli Imam, che sono ciascuno la persona islamicamente migliore del proprio tempo. Egli è investito dal Profeta (Alī bin Abī Tālib, al-Murtala, 599-661, cugino e genero di Maometto, oltre che primo Imam) o dall’Imam che lo ha preceduto. L’Imam possiede l’inerranza in fatto di dottrina e di morale, oltre che la legittimità del potere politico. L’ultimo Imam non muore, ma viene nascosto alla vista degli uomini, fino al suo ritorno come Madhi. In questo periodo intermedio il potere politico non gode più dell’assistenza divina e, quindi, può cadere in mano a persone scriteriate ed inique: di qui il quietismo sciita. L’interpretazione dottrinale ed etica, invece, prosegue tramite i religiosi più preparati e moralmente affidabili, ispirati dallo stesso ultimo Imam, che non li abbandona, fino al suo ritorno. Le autorità religiose sono la conseguenza di questa lettura.

Il fedele sciita deve fare riferimento ad un maestro e sottostare alla sua autorità. Dopo il nascondimento dell’ultimo Imam, tali maestri possono essere più d’uno e non godono dell’inerranza, nemmeno in campo religioso, ma sono guide considerate umanamente affidabili, per la loro cultura islamica e per la rettitudine della vita. Di qui la tendenza a raccogliersi in una struttura religiosa gerarchicamente ordinata, che ha parecchie analogie con la Chiesa cattolica, analogie che valgono agli sciiti l’accusa di cripto-cristianesimo. Il culto dei martiri, a partire, ovviamente, da Alī e dai suoi due figli, è un’altra particolarità che avvicina gli sciiti al Cristianesimo non protestante.

La giustizia di Dio ed il conseguente libero arbitrio dell’uomo contrappongono gli sciiti ai sunniti, che credono nella totale predestinazione dell’uomo, attribuendo a Dio tutte le azioni, secondo il principio per cui l’uomo non è in grado di creare nulla, nemmeno il male e, quindi, tutto è creato da Dio, male compreso. Gli sciiti, invece, riconoscono all’uomo la facoltà di scegliere fra il bene e il male, come presupposto necessario per l’applicazione della giustizia di Dio, che premierà il bene e castigherà il male. È chiaro che, quando il mancato riconoscimento di queste differenze si estende dai giornalisti agli uomini di governo, si rischiano errori di valutazione enormi.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

Terza parte: La UE e Saint-Yves: la coincidenza tra le linee filosofiche dell’Unione europea e quelle del padre della Sinarchia

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Joseph-Alexandre Saint-Yves d’Alveydre

 

Oltre all’occultismo ed al sincretismo religioso, la Sinarchia unisce insieme il positivismo scientifico e la mitologia, che legge in chiave esoterica la Bibbia.

Il mito fondativo narra di un giovane sacerdote celtico, Ram, che, ribellatosi al potere tirannico delle druidesse[1], migrò dalla Gallia in Africa, dove fondò un impero di pace e di ordine: la teocrazia dell’Agnello, dove i sacerdoti, tutti iniziati con più iniziazioni a più gradi, detenevano il potere anche civile, controllando l’operato dei politici. La religione aveva un carattere eminentemente sociale, prefigurazione del sistema sinarchico. Tutto crollò quando Irshù, un sacerdote non ancora iniziato all’ultimo grado, si ribellò, pretendendo di dare al Principio femminile la prevalenza su quello maschile (come era in Gallia sotto le malvagie druidesse). Come si può notare il bene è l’ordine dato dal potere detenuto dagli iniziati (di sommo grado) ed il male è il tentativo di autonomia di coloro che hanno un grado di iniziazione inferiore.

Dopo la fine dell’Impero, la tradizione di Ram sopravvisse in piccole comunità, tra le quali il popolo ebraico, costituito da Mosè, «sacerdote di Osiride, ossia della legge intellettuale dell’Agnello» allo scopo di preservare la scienza universale. Dal punto di vista della stirpe, gli ebrei sarebbero nati dall’unione dei celti d’Africa e delle popolazioni di colore locali. Mosè, poi, sarebbe stato precursore di Gesù, che, «richiamando l’intero Universo alla Legge del Regno di Dio, lascerà chiaramente intravvedere il suo scopo: la restaurazione della Sinarchia universale». E si è quadrato il cerchio: Giudaismo e Cristianesimo non presentano più sostanziali differenze, basta far dire loro ciò che vuole Saint-Yves!

Ma tutto è mantenuto in un alone di mistero, come egli stesso ci dice, perché, altrimenti, non si potrebbero mantenere i privilegi degli iniziati.

Da questa mitologia nasce il particolare favor verso i francesi, discendenti ed eredi legittimi dei celti, e verso gli ebrei, loro eredi “spirituali”. Ecco che la Sinarchia va restaurata in Europa, dove si ha l’incontro di questi due popoli.

Saint-Yves fa sua la visione socio-politica, se così la possiamo definire, di Saint-Simon, vale a dire la supremazia del potere economico su quello politico. Egli parla di un potere sociale che definisce «emporocratico», mentre i suoi discepoli riprenderanno la definizione saintsimoniana di «potere tecnocratico». Ecco come lo stesso Saint-Yves descrive, nel diciottesimo capitolo della «Missione dei sovrani», la edificanda Sinarchia europea:

«Ecco, procedendo gerarchicamente, l’ordine e il nome degli organi da costituire per fondare il Governo generale dell’Europa e per farlo passare dallo Stato antisociale, naturale, della “struggle for life”[2], in cui si trova, allo Stato Sociale, in cui si deve trovare:

1° Consiglio europeo delle Chiese nazionali

2° Consiglio europeo degli Stati nazionali

3° Consiglio europeo dei Comuni nazionali

Il primo Consiglio deve rappresentare la vita religiosa e intellettuale, la Saggezza e la Scienza.

Il secondo Consiglio deve rappresentare la vita politica e giuridica, l’Equità e la Giustizia.

Il terzo Consiglio deve rappresentare la vita economica, la Civiltà e il Lavoro.

Questo è l’ordine gerarchico dei tre Consigli, una volta creati; ma per fondarli bisogna procedere in senso contrario e cominciare dalla base».

Già da questa citazione appare come l’Unione europea si presenti molto simile alla realizzazione pratica del disegno, sia nelle modalità operative che nell’impostazione “filosofica” di fondo.

L’Unione nasce dalla progressiva cessione di sovranità da parte degli Stati membri agli organi comunitari in materia economica o, per essere più precisi, in quei settori dell’economia ritenuti strategici, in un crescendo che giunge alla moneta unica. E, fin qui, si potrebbe al massimo parlare di concezione economicistica della politica. Ma questo potere non è conferito ad organi politici, ma a soggetti privati eminenti, che controllano le strutture burocratiche dell’Unione, fino a divenire apertamente i detentori diretti del potere con la moneta unica e, soprattutto, con il Patto di stabilità. Gli Stati si spogliano della loro sovranità economica a favore della Banca Centrale Europea (BCE), che è un’impresa privata, detenuta dalle Banche centrali dei Paesi dell’area euro e da quella britannica, banche, a loro volta, private. A questi “signori” è stato conferito un potere politico di controllo e indirizzo di tutta la politica economica degli Stati aderenti. È la realizzazione del Consiglio dei Comuni nazionali di Saint-Yves. Tutto il potere economico, di fatto, è stato trasferito dalle autorità pubbliche a dei privati. Ci troviamo di fronte al passaggio dal sistema naturale a quello «sociale», vale a dire artificiale, voluto da Saint-Yves: è la privatizzazione dello Stato e la morte dello Stato come lo si è concepito durante i millenni che hanno preceduto la nostra epoca. E dei Consigli superiori si cominciano ad abbozzare i lineamenti.

Le linee filosofiche dell’Unione europea e quelle del padre della Sinarchia coincidono: l’idea è quella di sostituire gradualmente, ma non  lentamente, l’uomo naturale con un uomo assolutamente artificiale, quello che Saint-Yves chiama l’«uomo sociale», in quanto prodotto dallo «Stato sociale», vale a dire dalla Sinarchia. Ma questo risultato richiede un processo storico, in parte già attuato ed in parte solo programmato, della cui illustrazione ci occuperemo nei prossimi articoli.

 Carlo Manetti


[1] Nella visione esoterica, anche massonica, almeno di tradizione, l’ordine è rappresentato dalla prevalenza del Principio maschile su quello femminile ed il disordine, al contrario, dalla prevalenza di questo su quello.

[2] “lotta per la sopravvivenza”.

Fonte: Riscossa Cristiana

L’EUROPA IN MARCIA VERSO IL TOTALITARISMO. Seconda parte: Saint-Yves. La pretesa delirante di forgiare una “nuova umanità”

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Joseph-Alexandre Saint-Yves d’Alveydre

 

La tecnocrazia di Saint Simon (1760-1825), già di per sé si presenta come una anticipazione del Cristianesimo sociale, interpretato da alcune correnti del Modernismo, vale a dire la riduzione di tutto quanto rivelato da Dio alle sue presunte conseguenze socio-economiche, per sostituire il Cattolicesimo con la dottrina di Saint Simon e con le sue evoluzioni. Tutto questo, però, mancava e manca di anelito spirituale, di dimensione propriamente religiosa. È qui che Joseph-Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (1842-1909) inserisce, sui presupposti socio-economici di Saint Simon, la sua dottrina esoterica, trasformando la tecnocrazia da un’alternativa socio-politica al naturale sviluppo della natura umana nella più raffinata forma di deificazione esoterica dell’uomo o, meglio, dell’iniziato.

Tale dottrina prende il nome di Sinarchia, dal greco σύν αρχή (governo insieme, governo armonico) in contrapposizione con anarchia assenza di governo. Nella sua visione, Saint-Yves presenta la sua dottrina come quella capace di massimizzare l’armonia e l’ordine, proprio perché in grado di porre ciascuno al suo posto: gli iniziati, che, per definizione, hanno una visione ed una conoscenza superiori alla sommità della piramide, vale a dire a dirigere la futura umanità secondo la loro visione; i tecnocrati che sono capaci dal punto di vista operativo, a dare esecuzione concreta alle linee programmatiche (se mi si consente tale termine marxista degli) iniziati; e, infine, il resto dell’umanità, privo di particolari conoscenze esoteriche e privo di particolari nozioni tecniche ed economiche, destinato, irrimediabilmente ad una posizione di subalternità assoluta, paragonabile ad una moderna forma di schiavitù.

Saint-Yves si sente chiamato a forgiare questa nuova umanità; egli è, o dice di essere, profeta di una verità che, pur non avendo altra fonte che il suo delirio egli pretende eterna. Si paragona a Confucio, ai grandi maestri talmudisti, a Mosè e, persino, a Nostro Signore. Pur non essendo massone dichiara di essere a conoscenza di segreti cui nemmeno il tretatreesimo grado del rito scozzese apre l’illuminazione. Verso la Massoneria nutre grande rispetto, vedendovi la strada che, pur non raggiungendola, più si avvicina alla verità solo da lui conosciuta e professata.

Saint-Yves rimase tutta la vita seguace del mago nero francese Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825), che, pur non essendo stato da lui mai conosciuto personalmente, affascinò la sua adolescenza e la sua giovinezza. L’occultismo lo accompagnò per tutta l’esistenza, tanto da fargli affermare: «Il carattere proprio della vita e delle forze… per l’uomo in carne ed ossa, o almeno per i suoi organi sensoriali è, in effetti, l’occultismo.

Per conoscere queste cose nella loro essenza, la facoltà superiore dell’anima, chiamata anche Intelligenza, ha saputo in certe epoche, assistita dalla volontà divina, crearsi dei mezzi di osservazione e di esperienza, dei metodi di investigazione e di controllo dei sensi, che erano, in definitiva, più precisi dei suoi organi sensoriali, e dei quali le nostre apparecchiature di chimica e di fisica sono ben lungi dal rappresentare l’alfabeto completo».

Oltre all’esoterismo e all’occultismo, altra caratteristica della dottrina religiosa di Saint-Yves è il sincretismo, principalmente tra cristianesimo  e giudaismo, tanto che egli stesso si definiva un giudeo-cristiano, pur riconoscendo di non avere tracce di sangue ebraico nelle vene. Il sincretismo giudeo-cristiano è, nella sua visione, il punto più alto e, allo stesso tempo, la più concreta realizzazione del principio esoterico e massonico dell’unità trascendentale delle religioni[1], principio che egli interpreta, alla scuola di Saint-Simon come essenzialmente socio-economico. «Sono sempre gli stessi riti che vengono osservati dalla sacerdotessa di Elèusi[2], dai sacerdoti di Delfi[3], da quelli di Etruria, e che Ammonio Sacca[4] trasmetterà ai preti cristiani. Ecco perché le opere di Krishna, di Zoroastro, di Fo-Hi, poi dei neoramiti o degli abramiti, di Mosè, di Sakya-Mouni e infine di Gesù differiranno quanto alla forma, ma saranno identiche quanto ai princìpi e alla sostanza nei loro fini scientifici e sociali».

Pare quasi di ascoltare quelle concezioni sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso proprie delle ultime evoluzioni del Modernismo cattolico: non per nulla Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) era fervente discepolo di Saint-Yves, pur non avendolo conosciuto di persona.

Carlo Manetti


[1] Per unità trascendentale delle religioni deve intendersi quel principio secondo il quale i vari culti non sarebbero altro che manifestazioni diverse, ma atte ad essere comprese da tutti, nel linguaggio iniziatico manifestazioni essoteriche, dell’unica grande verità conoscibile solo agli iniziati, per via di illuminazione e non di ragionamento, nel linguaggio iniziatico verità esoterica.

[2] Il tempio di Demetra ad Elèusi era il più importante centro di riti magico-esoterici dell’antica Grecia.

[3] L’allusione è quella al celeberrimo oracolo.

[4] Ammonio Sacca (latino: Ammonius Saccas; 175 – 242) fu filosofo alessandrino, fondatore del Neoplatonismo e maestro dello stesso Plotino. La sua citazione da parte di Saint-Yves non è casuale, soprattutto se si pensa agli effetti che il neoplatonismo, con la sua dottrina dell’emanazione, ebbe sulle correnti ereticali, principalmente di carattere gnostica ed esoterica all’interno del mondo cristiano.

 

Fonte: Riscossa Cristiana

L’EUROPA IN MARCIA VERSO IL TOTALITARISMO. Prima parte: origini storiche della sinarchia

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Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon

 

L’odierna situazione etico-politica europea mostra, anche ai più scettici, il vero volto dell’Unione di cui, malauguratamente, facciamo parte: sotto le mentite spoglie della difesa dei principi liberal-democratici, si cela, ormai nemmeno troppo bene, il tentativo in avanzato stato di attuazione di instaurare un sistema totalitario di matrice tecnocratico-sinarchica[1]. È il tentativo di imporre un sistema socio-economico, un regime politico e, soprattutto, una religione.

Il fondatore della tecnocrazia, ovvero dell’idea che sia utile e necessario il superamento del momento politico e la sua sostituzione con l’estendere tali poteri a coloro che guidano i processi economici, è  Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825). Egli è un personaggio di intelligenza geniale, di grandissima capacità logica, ma privo di onestà intellettuale. Queste caratteristiche, unite ad un grande intuito, ne fanno l’uomo adatto a creare  un’ideologia socio-politica con grandi aperture all’aspetto religioso, aperture che porteranno le sue teorie al perfezionamento esoterico di  Saint-Yves d’Alveydre  (1842-1909)[2]. Le varie parti fondamentali della sua dottrina non sono di per sé originali, ma originale è, per così dire, il loro assemblaggio, capace di armonizzare concezioni di per sé antitetiche.

L’ideologia tecnocratica è chiarissimamente figlia del materialismo edonista. Nell’uomo essa vede unicamente il suo corpo e, quindi, identifica la felicità con il soddisfacimento degli appetiti istintuali. Tale soddisfacimento può essere garantito unicamente attraverso il possesso della ricchezza che permette di comperare quei beni e quei servizi che sono necessari a tal fine. Con assoluto rigore logico, la tecnocrazia deduce il principio secondo il quale ogni attività umana deve essere protesa alla moltiplicazione delle ricchezze, e questo tanto ad un livello individuale quanto ad un livello associato: anche le varie comunità umane, di cui lo Stato è la somma, debbono essere ordinate a tal fine.

Consegue da questa lettura della realtà che, per meglio orientare la macchina statuale, in tutte le sue branche ed attività, alla moltiplicazione della ricchezza sia opportuno e necessario conferire ogni libertà e, dunque, ogni potere a coloro che sono in grado di moltiplicare la ricchezza stessa, vale a dire agli industriali (oggi diciamo ai banchieri o, in modo più indiretto ai mercati) ed ai tecnici di materie economiche, finanziarie e scientifiche. La privazione della libertà fatta patire a coloro che sono soggetti a questa aristocrazia viene vista in quest’ottica come più che compensata dall’aumento di piacere e di felicità che l’accrescimento di quello che oggi chiameremmo il Pil (Prodotto interno lordo) riverbera su ogni membro della società che ne è investita.

Per tornare a quanto Saint-Simon abbia acquisito dalle dottrine a lui antecedenti e contemporanee, possiamo affermare che egli ha acquisito dall’ideologia liberale il materialismo e l’idea dell’inesorabile meccanicismo dei fenomeni economici, con la loro conseguente prevedibilità e capacità di essere organizzati; dal giacobinismo ha preso la nozione di onnipotenza dello Stato, quale giustificazione del dirigismo e l’idea secondo cui la volontà generale è incarnata da quella degli uomini rappresentativi, che i giacobini chiamavano «virtuosi», mentre i tecnocrati chiamano «capaci», evidenziando un ulteriore slittamento etico verso l’efficientismo; da Jean Baptiste Joseph Fourier (1768-1830) ha preso l’idea di progresso e quella di organizzazione autoritaria (nell’ideologia tecnocratica essa diviene totalitaria) della società, secondo un modello dogmaticamente asserito come razionale, appellata, per giunta, come libertà: tutte le volte che i tecnocrati parlano di libertà, intendono la libertà di agire come si ritiene opportuno in capo ai detentori del potere e quella di essere guidati “razionalmente” in capo al resto della popolazione.

La concezione tecnocratica è assolutamente positivista, ritiene cioè che l’economia, la politica, la storia… tutte le umane attività, insomma, possano essere trattate allo stesso modo delle scienze e delle tecniche riguardanti il mondo inanimato o quello delle piante e degli animali.

Da questa concezione deriva anche la lettura sociale del Cristianesimo di Saint-Simon, che egli stesso così sintetizza:

«Ascoltate la voce di Dio che vi parla tramite la mia bocca: ridiventate buoni cristiani, cessate di vedere negli eserciti assoldati, nei nobili, nel clero eretico e nei giudici corrotti i vostri principali sostegni. Uniti in nome del cristianesimo, sappiate adempiere a tutti i doveri che esso impone ai potenti; ricordatevi che esso comanda loro di usare tutte le forze al fine di accrescere più rapidamente possibile il benessere sociale dei più poveri … Tutte le istituzioni sociali devono avere come fine il miglioramento della condizione fisica e morale della classe più numerosa e più povera».

Non pare di ascoltare  “l’innovativa  teologia” del Modernismo cattolico del XX e XXI secolo?

Carlo Manetti


[1] La Sinarchia è la religione esoterica, fondata da Saint-Yves d’Alveydre  (1842-1909), di cui ci occuperemo nel prossimo articolo.

[2] Saint-Yves d’Alveydre  (1842-1909) è il fondatore della Sinarchia, di cui ci occuperemo nel prossimo articolo.

Fonte: Riscossa Cristiana

L’insurrezione sunnita in Siria

Gli ultimi eventi siriani, vale a dire l’insurrezione armata contro il regime ba’athista del presidente Bashar Hafez al-Assad, si presenta come il punto di incrocio di due conflitti interni al mondo islamico. Da un lato, esso è il prolungamento delle cosiddette Primavere arabe, vale a dire delle insurrezioni armate contro i regimi di nazionalismo socialista arabo, insurrezioni volute dall’Amministrazione statunitense del democratico Barak Hussein Obama.

Esse rappresentano, nei fatti e nella strategia, la presa del potere da parte di quelli che, per comodità giornalistica, possiamo definire integralisti islamici-sunniti. L’appoggio delle Amministrazioni democratiche statunitensi all’integralismo sunnita trova la sua mente in Zbigniew Brzezinski ed ha portato l’Amministrazione Clinton alla creazione del primo Stato islamico in Europa dopo la cacciata dell’impero ottomano (Bosnia-Erzegovina); all’inedita nascita dell’islamismo terrorista in Somalia; alla creazione dei talebani ed alla loro presa del potere in Afganistan, ai danni del regime uscito dalla vittoriosa resistenza antisovietica; all’infiltrazione dei servizi segreti pakistani con elementi dell’integralismo deobandi (fondamentalismo sunnita del subcontinente indiano), fino al loro controllo dei medesimi ed all’organizzazione del colpo di Stato che ha portato al potere il generale Pervez Musharraf su posizioni islamiste ed anti-indiane, poi repentinamente mutate dopo il cambio di alleanze dell’Amministrazione Bush e la conseguente invasione dell’Afganistan.

Tale politica ha condotto l’Amministrazione Obama a realizzare le suddette Primavere arabe, che rischiano di vedere il fondamentalismo sunnita al potere dal Marocco allo Yemen, con l’eccezione dell’Algeria, dove la sanguinosissima guerra civile, succeduta al colpo di Stato del Fronte di Liberazione Nazionale (11 gennaio 1992) e perduta dagli islamisti, ne ha decimato il numero e colpito la capacità politica e militare in maniera tanto grave da non consentire loro di sfruttare questa occasione.

Dall’altro lato, questo conflitto segna un ulteriore tappa nello scontro che, fin dalla morte di Maometto (570 ca-632), contrappone i sunniti agli sciiti. Si potrebbe quasi dire che gli eventi siriani siano il prolungamento della guerra Iran-Iraq e dell’invasione statunitense della Mesopotamia. All’indomani della rivoluzione che depose lo Scià di Persia ed installò, in luogo del Trono del Pavone, la Repubblica Islamica dell’Ayatollah Ruhollāh Mustafā Mosavi Khomeyni (1902-1989), le monarchie wahabite della penisola arabica, nel timore di un contagio nei confronti delle loro minoranze sciite, hanno persuaso Saddam Hussein Abd al-Majid al-Tikriti (1937- 2006) ad invadere l’Iran, finanziando in gran parte l’operazione. Contro il pericolo sciita, il sunnita Ba’ath iracheno ed il fondamentalismo wahabita trovano un’alleanza, sostenuta da tutto il mondo arabo, con l’unica eccezione della Siria.

L’appoggio siriano a Teheran è dovuto al fatto che il Ba’ath al potere a Damasco è controllato dagli Alawiti, una setta sciita. Con l’invasione statunitense dell’Iraq, il potere in quel Paese passa dalla minoranza araba sunnita, di cui il Ba’ath iracheno era espressione, alla maggioranza sciita, sia pure con vastissime autonomie per le regioni settentrionali a maggioranza curda. È questo il punto di maggior forza raggiunto dagli sciiti, nella loro contesa con i sunniti nell’area mediorientale.

Ecco che l’insurrezione siriana rappresenta anche una significativa controffensiva sunnita. La questione religiosa si dimostra, anche nello scacchiere islamico, come l’elemento principe e come il fattore scatenante e determinante delle relazioni internazionali seguite al periodo di ibernazione culturale ed identitaria della Guerra Fredda.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

Convegno a Firenze sui pericoli dell’Islam

L’Associazione Una via per Oriana Fallaciha organizzato a Firenze il 15 e 16 settembre u.s. una due giorni di studio sul problema islamico. Partendo dalla commemorazione dell’intellettuale fiorentina, si è approfondito il problema della compatibilità tra l’Islam e la civiltà cristiana, con particolare riferimento alle libertà individuali che la caratterizzano. Il focus si è incentrato sulla persecuzione dei cristiani, in particolare, ma non solo nel mondo islamico e della progressiva deriva illiberale, che colpisce anche l’Europa. Il panorama delle posizioni evidenziate è stato molto vasto e variegato.

Ci permettiamo di soffermarci su due che, a nostro modesto avviso, rappresentano un poco i confini del dibattito, eccezion fatta, ovviamente, per l’intervento del rappresentante dell’UCOI (Unione delle Comunità Islamiche). Molto articolata, sia pure nella sintesi dei tempi e molto brillante è stata la rappresentazione della cristianofobia come conseguenza pratica di quattro miti (o false rappresentazioni, indifferenti alla realtà) fatta dall’esperto di geopolitica Alexandre del Valle:

1) L’idea che il Comunismo è di per sé buono, anche se, nelle sue realizzazioni concrete ha commesso degli errori. Ed è buono, in quanto contrasta il Cristianesimo, ritenuto il male assoluto. Quest’idea tende a tacere, quando non a giustificare la persecuzione anticristiana dei regimi comunisti, Corea del Nord e Repubblica Popolare Cinese in testa.

2) Il mito che l’Islam è compatibile con la libertà e che le violenze islamiche contro i Cristiani sono solo reazioni ai comportamenti malvagi di questi tanto nel passato quanto oggi. Le violenze di questi giorni vengono giustificate dall’indignazione prodotta dal film L’innocenza dei musulmani, considerato blasfemo da molti islamici, anche se i suoi contenuti hanno come fonti i testi sacri dell’Islam.

3) Il mito che le religioni orientali, a differenza del Cristianesimo, sono pacifiche fa chiudere gli occhi a riguardo delle vere e proprie persecuzioni che, nel passato come nel presente indù e buddisti hanno perpetrato ai danni dei Cristiani.

4) Il mito che il Cristianesimo sia contrario alla libertà e retrogrado e solo l’imposizione della laicità, vera e propria nuova religione di Stato senza Dio, sia compatibile con il futuro porta alla cristianofobia  di cui sono intrise le istituzioni dell’Unione europea. Questa forma di oppressione dei Cristiani non ha raggiunto i gradi di violenza fisica delle tre precedenti, ma rischia di divenire la più pericolosa, soprattutto perché accettata, almeno in parte, da molti cristiani e cattolici in particolare.

Tutte queste rappresentazioni nascono fondamentalmente dal disprezzo di sé, della propria cultura e delle proprie radici che caratterizza la decadente contemporaneità europea. All’estremo opposto si colloca l’intervento di Christine Tasin, Presidente dell’associazione Résistence Républicaine, la quale ha affermato che l’unica vera barriera contro l’integralismo islamico è la laicité française, vale a dire la riduzione di ogni fede religiosa all’ambito privato e la sua espulsione, rigorosa ed inflessibile, da ogni aspetto della vita pubblica e politica.

Le ha risposto Père Samuel, sacerdote siriaco cattolico, conoscitore dei testi sacri islamici e, in particolare del Corano. Egli  ha affermato che la laicità dello Stato sarà, se persiste, islamizzata dall’integralismo sunnita, in quanto incapace di riconoscere la natura spirituale dell’uomo e, quindi, incapace di rispondere all’attrattiva teocratica islamista. La laicità violenta, in quanto nemica del Cristianesimo, paradossalmente, ma non troppo, si pone come alleata dell’Islam, che, fin dalla sua nascita, ha una schietta caraterizzazione anticristiana (sia da un punto di vista religioso, che da un punto di vista geostrategico).

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

I tradizionalisti, accusati di protestantesimo, protestano.

Il post di Andrea Tornielli sul ‘protestantesimo tradizionalista’ continua, com’era prevedibile, a suscitare repliche anche molto vigorose. Come quella che ci invia il dott. Carlo Manetti, che di seguito riportiamo. Non prima di aver segnalato anche le osservazioni in merito di Chiesa e postconcilio, di Fides et forma, di Una Fides e di Libertà e persona (sperando di di non dimenticarne altre).
Debbo dire che l’articolo “Liturgia e il “protestantesimo” tradizionalista” apparso sul blog del dottor Tornielli ed a firma del medesimo, inanella errori in sequenza.
Si parte con l’ironia sulla definizione di “Messa di sempre”, riferita alla forma straordinaria del Rito Romano, volgarmente nota come “Messa di San Pio V” o “Messa tridentina”. Leggendo un qualunque buon manuale di storia della Liturgia, si può verificare come quel rito risalga, sia pure con progressivi aggiustamenti, che, però, non ne alterano la struttura, al IV secolo. Ecco che parlare di “Messa di sempre”, in riferimento alla ripetizione incruenta del Sacrificio del Calvario, è semplice rispetto della storia.
Scrivere, inoltre, che “Rispetto a qualche anno o decennio fa, gli abusi sono notevolmente diminuiti” pare essere figlio di un’ingenua “fede” nel progresso naturale dell’uomo; a mo’ di esempio di ciò, indichiamo la blasfema e sacrilega Messa dei giovani, celebrata dal Primate d’Austria, Cardinale Christoph Schönborn, il 17 novembre 2008, di cui si può trovare, se si resiste ad assistere a tanta profanazione, video-testimonianza a questo link. Che il Primate della “cattolicissima” Austria giunga a tanto mi pare una novità non proprio nel segno del contenimento degli abusi liturgici.
“Chi permette a molti tradizionalisti – sulla base del fatto che il Vaticano II non ha pronunciato nuovi dogmi – di declassare il Concilio come “pastorale” […]?” ci si domanda nell’articolo. “Ma chi bene osserva questo prevalente interesse del Concilio per i valori umani e temporali non può negare che tale interesse è dovuto al carattere pastorale, che il Concilio ha scelto quasi programma” risponde Paolo VI nell’Allocutio di chiusura del Concilio (7 dicembre 1965). Il fatto che il Vaticano II sia stato l’unico Concilio Ecumenico pastorale (senza virgolette) non lo dicono i “tradizionalisti” (qui le virgolette ci vogliono, perché seguace della Tradizione e tradizionalista sono due cose diverse), ma il Discorso conclusivo del Concilio stesso, sua sintesi autentica, fatta dal Papa che lo ha chiuso. Qui il papismo del Nostro (e non solo suo) appare simile all’amore paterno delle due figlie maggiori di Re Lear di shakespeariana memoria.
Una perla è confondere sequela della Tradizione ed ostilità ad ogni riforma. Dando per dogmaticamente assodato questo errore, si arriva a sostenere che, con il medesimo criterio con cui si criticano alcune affermazioni del Concilio Vaticano II, si potrebbe definire san Pio X come modernista, visto che è stato uno dei più grandi riformatori della storia della Chiesa. Prescindendo dal suo vero significato, si usa il termine modernista per assonanza, come colui che compie una qualunque riforma. Modernista è chi asserve il Cattolicesimo alle scienze umane moderne (la Fede alla scienza, il potere petrino a quello politico, l’antropologia cattolica a quella kantiano-illuminista e via discorrendo); non chi elimina le incrostazioni mondane e le influenze ereticali dalla Chiesa, come il Concilio di Trento prima e san Pio X poi, è modernista, ma chi le vuole conservare. Esiste anche un modernismo conservatore.
“[…] il dogma dell’infallibilità papale […] rappresenta un incontestabile sviluppo della Tradizione”. Definire un dogma (esempio quello dell’infallibilità papale) come uno sviluppo della Tradizione è tanto come dire che il Papa che lo dichiara (Pio IX) ha “sviluppato”, quindi modificato per ampliamento, la Tradizione. I dogmi non sono creati, fatti dai Papi, ma da loro dichiarati, ufficializzati; i dogmi, tutti, sono già parte del Depositum Fidei, prima della loro formalizzazione papale: la Fede è “ciò che è ammesso da tutti, ovunque e sempre”, secondo la bella definizione di san Vincenzo di Lérins.
Non c’è nulla di protestante nell’anteporre il principio di verità a quello di autorità, perché tutta la Chiesa (e, quindi, anche il primato petrino) ha come fine la salvezza delle anime (salus animarum suprema lex), intesa come la salvezza di ogni singola anima, e tale fine è raggiungibile solo nella verità. Quello che nell’articolo in parola si definisce cattolico è la caricatura del cattolico fatta, a fini di scherno, dai protestanti: per dirla in termini moderni è uno yes man religioso. L’obbedienza non è rinuncia al pensiero, ma Fede vissuta e, quindi, è dovuta a Dio e, per obbedienza a Lui, agli uomini.
Carlo Manetti
Fonte: Blog Messainlatino

Gli osseti

 

Gli Osseti sono una popolazione indo-europea, discendente dagli Alani, popolo guerriero, che, al seguito di Attila, terrorizza l’Occidente romanizzato e, secondo alcuni, addirittura dagli Sciti, di cui parla Erodoto. Si stabiliscono nel Caucaso all’inizio dell’era cristiana; sono agricoltori e pastori seminomadi; nel VI secolo diventano definitivamente sedentari.

A partire dal IX secolo l’Alania, come allora è conosciuta l’Ossezia, è, nell’ambito caucasico, un regno potente, che trae profitto dall’essere sulla “via della seta”. Gli Osseti sono cristiani e dipendono dal Patriarcato di Costantinopoli, da cui provenivano i missionari che li hanno convertiti. Questo è il momento di massimo splendore.

Nel XIII secolo, quelli che sono ormai noti come Osseti subiscono le invasioni dei Mongoli e dei Tartari, che ne decimano la popolazione. I Georgianied i Circassi ne riducono, quindi, il territorio a quello dell’attuale Ossezia e li rendono tributari. La struttura sociale osseta si modifica in senso feudale, con una progressiva frammentazione in potentati in guerra tra loro e vassalli delle due popolazioni egemoni. È allora che nasce l’”aul”, il tipico villaggio fortificato addossato a speroni rocciosi e sovrastato da alte torri di vedetta.

Nel XVII secolo i Kabardiani, una popolazione caucasica musulmana, introduce l’Islam in Ossezia, ma le incursioni del Kanakato di Crimea, potentato mongolo ed islamico dell’area, e dell’Impero ottomano spingono gli eredi degli Alani ad appoggiarsi progressivamente alla potenza cristiana crescente nell’area:la Russia. L’Ossezia è tra le prime aree del Caucaso ad entrare nell’Impero degli Zar, nel 1774; la sua capitale, Vladikavkaz, diviene il primo avamposto russo nella zona. Il controllo russo dell’Ossezia è completato nel 1806.

La dominazione russa porta un grande sviluppo sia economico che culturale. Nascono industrie e, soprattutto, vengono creati collegamenti stradali e ferroviari (comela linea Vladikavkaz-Rostovsul Don). La cultura osseta subisce un processo di russificazione, che, però, comporta un suo sviluppo anche per i contatti con l’Occidente che favorisce; verso la fine del XVIII secolo sono stampati i primi libri in osseto. I rapporti conla Santa Terradi Russia segnano molto lo spirito osseto, facendo sentire questo piccolo popolo come parte della missione salvifica della Russia cristiana. E questo sentimento pervaderà sempre la Storia di questa popolazione fino ai tragici eventi di Beslam e certamente oltre.

Per tutto il periodo zarista, i rapporti con i Russi rimangono ottimi. Durante la Rivoluzione d’ottobre, gli Osseti si schierano massicciamente al fianco della Monarchia prima e delle Leghe bianche poi, al contrario delle popolazioni musulmane dell’area, Ingusci e Ceceni in testa, che, invece, appoggiano massicciamente i bolscevichi. La presa del potere da parte di Lenin significa, per gli osseti, subire massacri, deportazioni e confische di terre e beni ad opera dei nemici musulmani di sempre, Ingusci e Ceceni, e la divisione dell’Ossezia trala Repubblica Federativa SocialistaSovietica di Russia ela Repubblica Socialistadi Georgia. Gli Osseti vedonola loro Patriadivisa e ne vedono metà consegnata ai Georgiani, i loro più antichi nemici. Ma neppure l’appoggio dato dal nuovo potere russo a tutto ciò riesce a cancellare l’affetto e la dedizione osseti perla grande Madre Russia.Tanto è vero che, quando Stalin, per rispondere all’Operazione Barbarossa (l’invasione italo-tedesca), lanciala Grande Guerra Patriotticae chiama alla difesa della Sacro suolo russo, questo piccolo popolo accorre e combatte contro i tedeschi, che nel novembre 1942 vengono respinti, mentre cercavano di prendere Vladikavkaz. Gli Ingusci ed i Ceceni, invece, cedono alle lusinghe filo-islamiche della propaganda nazista e si schierano con gli invasori.

Finitala guerra Stalinpunisce le popolazioni “traditrici” e procede alla deportazione dei Ceceni e, in parte, anche degli Ingusci, restituendo agli Osseti le terre che erano state loro sottratte dopo la vittoria dei bolscevichi. Ma questo dura poco: con la morte di Stalin (1953) e la destalinizzazione voluta da Krusciov, ai Ceceni ed agli Ingusci vengono restituite le terre loro sottratte dal dittatore georgiano, a spese degli Osseti.

Fino all’implosione dell’Unione Sovietica, la situazione si stabilizza, ma l’odio tra Osseti, da un lato, e Ceceni ed Ingusci, dall’altro, cresce, in maniera sorda e costante. Con il crollo dell’Urss, le Repubbliche acquistano l’indipendenza e, quindi, l’Ossezia si ritrova divisa tra due Stati sovrani (la Russia e la Georgia). Nel caos che accompagna questa svolta storica, Ingusci e Ceceni cercano di strappare con la violenza ulteriori terre agli Osseti. Ne nasce una piccola guerra, che Mosca, sia pur tardivamente, reprime, permettendo al suo più fido alleato nell’area di conservare la sua integrità territoriale, almeno nella parte russa.

Nell’Ossezia meridionale, in mano a Tbilisi, i georgiani tentano un processo di assimilazione forzata, che porta alla rivolta osseta, con proclamazione dell’indipendenza. La reazione georgiana è violentissima e solo l’intervento delle truppe russe impedisce un vero e proprio genocidio. Oggi l’Ossezia meridionale è di fatto indipendente, ma attende di diventarlo di diritto, per potersi unire ai fratelli del nord ed entrare a far parte della Russia. La caratteristica del nazionalismo osseta è proprio quella di non ricercare l’indipendenza, ma di perseguire l’annessione a Mosca. Desiderio certo più vicino dopo la reazione russa all’ingresso delle truppe georgiane nell’Ossezia del Sud (7 – 12 agosto 2008) ed il riconoscimento di Mosca della sua indipendenza (26 agosto 2008), con relativo accordo militare tra i due Stati.

In conclusione, gli Osseti sono un piccolo popolo cristiano circondato da nemici, a cui l’integralismo islamico non perdona di essere tornati alla sequela di Cristo dopo essere stati islamizzati, dimostrando che la conversione all’Islam non è definitiva, come non lo è quella a qualunque religione. Ma questo è un precedente importante, che tende ad incrinare l’inevitabilità della progressiva conversione di tutto il genere umano al credo di Maometto.