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Francescani dell’Immacolata. Quando posso, e quindi debbo, obbedire a un comando iniquo?

L’ultimo abuso compiuto dal Commissario Apostolico ai danni di p. Stefano M. Manelli ci pone di fronte a un problema fondamentale: quando è dovuta l’obbedienza a un ordine iniquo dato dall’autorità legittima e quando invece tale obbedienza diviene colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore.

di Carlo Manetti (*)

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ZZFFI3La questione dei Francescani dell’Immacolata rappresenta la più importante cartina di tornasole dello stato dell’attuale crisi della Chiesa: vi si concentrano questioni inerenti alla purezza della Fede, al problema dell’obbedienza, al problema della santificazione, al rapporto tra rigore della regola di un Ordine religioso e debolezze di alcuni suoi membri…

L’episodio che ha dato il destro per tornare a parlare di questa vicenda, mai chiusa e sempre in evoluzione (si dovrebbe dire, più correttamente, in involuzione), è stato l’ultimo abuso, in ordine di tempo, compiuto dal Commissario Apostolico, padre Fidenzio Volpi o.f.m. capp, ai danni di padre Stefano Manelli, quando gli ha negato il permesso di celebrare il Santo Sacrificio della Messa sulla tomba dei propri genitori, in occasione del suo 81º compleanno; il tutto splendidamente sintetizzato nel breve, quanto esaustivo articolo di Michele Majno. Oltre al sempre opportuno e degno di quotidiana meditazione ammonimento finale («indipendentemente dal fatto che lei ci creda ancora o no, le ricordiamo che, prima o poi, tutti dobbiamo render conto a Dio di ciò che abbiamo fatto»), mi pare particolarmente importante l’affermazione che «la cattiveria, la carogneria (particolarmente vivido, espressivo ed adatto al contesto che vuole descrivere il neologismo), oltre che cattiva è stupida, non ha motivazioni, se non quell’astio che consuma gli animi degli uomini che si nutrono dei sentimenti peggiori». In essa, viene posto in rilievo come ogni abuso, ogni malvagità altro non siano che l’irrazionale ossequio che la persona resa schiava dalle proprie passioni rende a queste, in una sorta di delirio autodistruttivo e spiritualmente suicida; ecco che appare, in tutta la sua evidenza, come la durezza, l’intransigenza e «le armi del rigore» nei confronti dell’errore e del male altro non siano che la vera carità nei confronti dell’errante e del peccatore.

Appare, quindi, evidente come ogni concessione al mondo ed al suo spirito sia, nella concretezza dei fatti, un passo su quel pendio scivoloso che conduce, dalla verità dottrinale ed etica[1], al baratro dell’errore e della perversione, travolgendo, innanzitutto, coloro che vi si accodano. A questo riguardo, molto bella e la disamina, a contrario, fatta da padre Ariel Stefano Levi di Gualdo, che mette molto bene in luce come la cattiveria e la stoltezza del superiore possono e, entro certi limiti, debbano divenire strumento di santificazione per il subalterno.

Si apre qui il grande tema dell’obbedienza all’ordine ingiusto: quando io posso e, quindi, debbo obbedire ad un comando iniquo datomi dalla legittima autorità?

Innanzi tutto, occorre distinguere tra riconoscimento / disconoscimento della legittimità dell’autorità e obbedienza / disobbedienza ad un comando specifico della persona che la incarna. La valutazione della legittimità dell’autorità è indipendente dal giudizio sui suoi singoli atti: un’autorità è legittima quando il suo potere deriva da una causa legittima, indipendentemente dall’uso che di questo potere le persone che la detengono fanno. Lo stesso tirannicidio non è, necessariamente, disconoscimento della legittimità del potere del tiranno: può esserlo e, in questo caso, costituisce il mezzo estremo per il ristabilimento dell’autorità legittima; ma può essere anche solo lo strumento estremo per impedire che un’autorità legittima abusi del proprio potere e, in questa fattispecie, è una forma di legittima difesa collettiva, che non disconosce l’autorità di chi la esercita abusandone, ma mira unicamente ad impedire l’abuso.

Ne consegue, dunque, che di per sé l’atto di disobbedienza non mette mai in discussione la legittimità dell’autorità cui si disubbidisce; questo avviene solamente quando la motivazione e/o la giustificazione della disobbedienza non risiede nell’iniquità del comando, ma nell’illegittimità di chi lo ha dato. E questo principio si estende a tutte le autorità umane, fino al Sommo Pontefice compreso: San Paolo, Sant’Atanasio, Santa Caterina da Siena, Monsignor Lefebvre… contestarono atti e comandi di singoli Pontefici, ma non ne posero mai in discussione la legittimità; tutti coloro che, invece, si richiamano, a vario titolo e con diverse accentuazioni, al cosiddetto «sedevacantismo» fanno discendere (in totale contrasto con la Tradizione cattolica) da atti illegittimi l’illegittimità dell’autorità che li compie, ma, ringraziando Dio, si tratta di elementi larghissimamente minoritari.

Molto importante è mantenere chiara questa distinzione, perché la contestazione di singoli atti e/o comandi dell’autorità, anche suprema, è perfettamente compatibile con la Fede cattolica e la permanenza nella Chiesa, mentre il disconoscimento della legittimità della gerarchia, a maggior ragione se esteso fino ai suoi vertici, pone automaticamente fuori del Corpo mistico di Cristo.

Chiarito questo punto, rimane da vedere quando sia legittima, se non doverosa, la disobbedienza ad un comando proveniente da un’autorità legittima.

È possibile obbedire ad un ordine iniquo quando nel farlo si sacrificano unicamente diritti propri e disponibili, non è legittimo farlo quando, nell’adempimento di tale comando, si compromettono diritti altrui (a maggior ragione se di Dio) o diritti propri non disponibili, tenuto conto delle circostanze in cui ci si trova. Ecco che l’obbedienza ad un ordine iniquo può divenire grandemente meritoria, se ci si trova nel primo caso, ma anche colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore, se ci si trova nel secondo.

Applicando questi principi alla vicenda dei Francescani dell’Immacolata, possiamo affermare che padre Stefano Manelli, obbedendo all’iniquo ed irrazionalmente crudele divieto di visitare la tomba dei suoi genitori, divieto impostogli dal Commissario Apostolico, ha dato ulteriore prova di virtù e di desiderio di santificazione, sfruttando l’oggettiva malvagità del suo superiore pro tempore quale strumento del proprio perfezionamento spirituale e della propria partecipazione alla croce di Nostro Signore Gesù Cristo.

Discorso diametralmente opposto deve essere fatto per altri comandi dello stesso Commissario, quale, ad esempio, l’imposizione di quello che è stato battezzato da molti commentatori come il «giuramento modernista», che, quanto meno per allusioni e calibrati silenzi, voleva indurre al disprezzo della Messa di sempre. In questo caso, ovviamente, l’essersi piegati a tale iniqua imposizione avrebbe comportato una complicità nella diffusione di un «sentire cum Ecclesia», se non propriamente eretico, certamente eretizzante. Consolante è che la stragrande maggioranza dei destinatari di tale ordine ha deciso di non rendersi complice del Commissario.

Sopportare le persecuzioni per obbedire a Dio prima che agli uomini è sempre glorioso, ma quando queste persecuzioni giungono dagli uomini che incarnano la legittima autorità all’interno della Chiesa, allora, oltre al coraggio ed al disprezzo del mondo, viene richiesta, a questi eroici resistenti per Dio, una particolare lucidità di Fede, che palesa al mondo la particolare assistenza dello Spirito Santo, di cui sono oggetto.

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[1] La loro inscindibilità è assoluta, nel senso che la devianza dottrinale conduce sempre ed inevitabilmente non solo all’immoralità, ma all’immoralismo positivo (esaltazione del male come bene e condanna del bene come male), anche quando si ammanta di una presunta superiorità etica; si pensi, a titolo di esempio, a come i giansenisti, celebri per il loro rigore morale (sarebbe più corretto dire moralistico), siano oggi parte integrante dell’eretica Chiesa di Utrecht, che benedice le “nozze” omosessuali.

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(*) Carlo Manetti è curatore del libro “Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata“, edito da Fede & Cultura