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FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA: una strategia difensiva che non è riuscita

La vicenda dei Francescani dell’Immacolata appare oggi, con il senno di poi, come un copione scritto fin dall’inizio e recitato dai protagonisti, in parte alla lettera ed in parte “a soggetto”; il finale del dramma è lo scioglimento, de jure o de facto, dell’Istituto, sia nel ramo maschile che in quello femminile, anche grazie ad una strategia difensiva quantomeno inefficace. L’affermazione può apparire ardita, ma trova puntuale riscontro nello svolgimento dei fatti.

Il 6 luglio 2012 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le società di vita apostolica nomina mons. Vito Angelo Todisco Visitatore apostolico dei Frati Francescani dell’Immacolata, in seguito all’accusa a padre Stefano Manelli ed ai vertici dell’Ordine di «imporre» con pressioni la celebrazione in Vetus Ordo del santo Sacrificio della Santa Messa, denuncia presentata da cinque Frati (Antonio Santoro, Michele Iorio, Pierdamiano Fehlner, Massimiliano Zangheratti ed Angelo Geiger).

Le anomalie si presentano subito: il Visitatore non ispeziona i conventi, non si premura di conoscere direttamente la vita e la spiritualità dei Frati, non verifica le accuse, ma si limita ad inviare a tutti i Professi Solenni un questionario (1° novembre 2012), costruito per creare un clima di sfiducia nei confronti dei Superiori e, in particolare, del Fondatore, più che per accertarne l’eventuale esistenza (cfr. http://www.riscossacristiana.it/il-caso-dei-francescani-dellimmacolata-analisi-del-questionario-del-visitatore-apostolico-mons-vito-angelo-todisco-di-cristina-siccardi/).

Formalmente, sulla base dell’esito di tale questionario, il Visitatore stende una relazione, che autorizza la Commissione per i religiosi a commissariare i Frati Francescani dell’Immacolata. Con Decreto dell’11 luglio 2013. Le risposte date alle domande del Visitatore sono state tenute segrete fino al 24 settembre 2013, allorché ne è stato pubblicato, sul sito ufficiale dell’Ordine, gestito dal Commissario e dai suoi collaboratori, un sunto alquanto tendenzioso (http://www.immacolata.com/index.php/it/35-apostolato/fi-news/239-presentazione-dati-visita-apostolica), oltre che incompleto.

Perché tanto silenzio (quasi 11 mesi!) e perché una pubblicazione incompleta dei dati? Perché l’esito di quel questionario non avrebbe autorizzato nessun tipo di commissariamento (cfr. http://www.corrispondenzaromana.it/la-verita-sul-commisariamento-dei-francescani-dellimmacolata/).

Di qui è una catena ininterrotta di violazioni del diritto canonico, a partire dallo stesso Decreto di Commissariamento, come dimostrato dai professori Roberto de Mattei, Mario Palmaro, Andrea Sandri e Giovanni Turco, nel loro saggio Analisi del Decreto di Commissariamento dei Francescani dell’Immacolata (http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/analisi-del-decreto-di-commissariamento-dei-francescani-dellimmacolata/).

Viene, nello stesso Decreto, vietato ai Francescani dell’Immacolata di dire la Santa Messa in Vetus Ordo, salva espressa deroga concessa dal Commissario, in flagrante violazione del Motu Proprio «Summorum Pontificum» (7 luglio 2007) di Benedetto XVI; viene smantellato il Seminario dell’Istituto; vengono allontanati e dispersi, in varie parti del mondo, i più eminenti esponenti dell’Ordine; vengono chiusi conventi; viene segregato padre Manelli, i cui colloqui con i Frati sono, di fatto, resi quasi impossibili… solo per citare alcuni degli episodi più eclatanti.

A tutto ciò le reazioni dei Frati rimasti fedeli al loro Fondatore ed al carisma dell’Istituto sono, per usare un eufemismo, pacate. La resistenza sul piano del diritto canonico è insufficiente, attendista, quasi a sperare che il non reagire con la dovuta forza induca l’interlocutore a cessare le sue violazioni della legge della Chiesa; niente di più illusorio, ovviamente: ogni violatore del diritto tende a portare la sua azione tanto più in profondità, quanto meno essa viene contrastata; e questo è tanto più vero quando tali illeciti sono commessi non solo e non principalmente per interesse personale, quanto per odio ideologico nei confronti della controparte: se la finalità dell’ingiustizia è la distruzione di qualcuno o di qualcosa, la moderazione di quest’ultimo non può che galvanizzare l’aggressore ed eccitarlo a nuova violenza.

Con il clima di intimidazione crescente nei confronti dei Frati e di loro reazione “moderata”, nonostante da varie parti si levino voci in loro difesa, anche da ambienti lontani dalla Chiesa, il cardinale Joâo Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le società di vita apostolica, sente giunto il momento per aggredire il ramo femminile dell’Istituto, finora risultato indenne anche dalle minime defezioni, che avevano dato l’occasione per l’attacco a quello maschile, ed il 9 maggio 2014 nomina suor Fernanda Barbiero, dell’Istituto delle Suore Maestre di Santa Dorotea, Visitatrice apostolica delle Francescane dell’Immacolata, con poteri da vera e propria Commissaria.

Ma qui giunge l’imprevisto: le Suore presentano ricorso contro una così grossolana violazione del diritto al Supremo Tribunale della Chiesa, la Segnatura Apostolica, che, già nel giugno 2014, lo accoglie, ridimensionando i poteri della Visitatrice. Il Cardinale, allora, nomina altre due “convisitatrici”, le abbadesse clarisse Chiara Damiana Tiberio e Chiara Cristiana Mondonico, rispettivamente del protomonastero di Assisi e del monastero della Trinità San Girolamo di Gubbio.

Continueranno le suore a reagire in maniera più vigorosa dei Frati o seguiranno una strategia di contenimento che fin qui si è rivelata del tutto inappropriata? In questo dramma anche le vittime paiono recitare una parte già scritta o, almeno, abbozzata; è come se gli aggressori potessero contare su reazioni già previste e prevedibili, sulle quali, a loro volta, costruire le loro contromosse. Tanto è vero che l’unica volta, in cui non vi è stata la solita e prevista rassegnazione (il ricorso contro i poteri abnormi di suor Fernanda), il cardinale Braz de Aviz ha riportato una sconfitta.

La reazione contro la violenza e l’ingiustizia ha valore positivo sia morale che pratico. Sul piano etico, l’obbedienza all’ordine ingiusto è accettabile ed anche meritoria, come sofferenza offerta a Dio, solo quando non può in nessun modo essere o, anche solo, apparire, come connivenza con, o accondiscendenza, alla dottrina erronea o all’immoralità soggiacente alla violenza stessa; in altre parole, quando non è e non appare come complicità con l’aggressore ingiusto; poiché, altrimenti diviene correità con questo, anche solo per lo scandalo che può derivarne nelle anime semplici.

Sul piano pratico, poi, la resistenza alla violenza ed all’ordine ingiusto, anche se sconfitta, riduce la portata del male compiuto dall’aggressore, in quanto, nel peggiore dei casi, ne riduce il consenso e, nel migliore, ne riduce la realizzazione.

All’Editto di Milano (febbraio 313), con il quale Costantino ha garantito la libertà di culto ai cristiani, ponendo le basi del successivo Editto di Tessalonica (27 febbraio 380), con cui Teodosio rendeva il Cristianesimo religione di Stato, hanno certo contribuito i martiri che hanno versato il loro sangue sotto l’Impero di Diocleziano e dei suoi predecessori, ma lo hanno anche fatto (ed in maniera decisiva) i cristiani che hanno combattuto nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312).

«Occorre dar battaglia, perché Dio conceda la vittoria», soleva ripetere santa Giovanna d’Arco.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

L’ “etica dell’amore” e le querele di Enzo Bianchi

In quello che potremmo definire come post-Modernismo, vale a dire la banalizzazione di potere e la conduzione alle sue estreme conseguenze del Modernismo classico e della «Nouvelle Theologie», la Chiesa istituzionale deve essere abbattuta, per lasciare il posto ad una «Chiesa pneumatica», vale a dire totalmente carismatica, dove «lo Spirito soffi dove vuole», con accenti schiettamente gioachimiti. Questa è sicuramente la visione che caratterizza Enzo Bianchi, di cui è divulgatore instancabile; si potrebbe quasi dire che il fondatore della comunità di Bose sta al post-Modernismo come Piero Angela sta al Positivismo scientifico.

di Carlo Manetti

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zznzbncIl 1° agosto 2014 Enzo Bianchi dava una delle più edificanti dimostrazioni di che cosa sia, in concreto, il superamento della giuridicità della Chiesa e la sostituzione dell’amore alla verità come stella polare dell’agire umano e, quindi, cristiano.

In un memorabile discorso in occasione della Festa del Perdono di Assisi alla Porziuncola, il dottor Bianchi, parlando della situazione in Medio Oriente ha affermato che «dobbiamo dire una parola come cristiani proprio nel momento in cui siamo cacciati e perseguitati in quelle terre. […] E proprio perché noi cristiani siamo vittime in questo momento, e non siamo attori del conflitto, dovremmo avere il coraggio, un forte coraggio di dire che l’unica via per portare la pace in quelle terre è il perdono. […] Se si guarda la giustizia, i palestinesi hanno molte cose da rimproverare agli ebrei e gli ebrei hanno altrettanto da rimproverare ai palestinesi. Solo con la giustizia non si viene fuori da quel conflitto. Occorre un perdono reciproco per ricominciare una nuova storia. E noi cristiani dobbiamo avere la forza e l’audacia di portare questo che è il messaggio di Cristo». Egli, quindi, ha formalmente richiesto a persone e popoli che hanno conosciuto e patito ingiustizie di sangue, persecuzioni e morti di amici e parenti, fino ai familiari più stretti, di rinunciare non solo alla vendetta, ma anche alla giustizia e di perdonare tutto; ha, di fatto, chiesto ad interi popoli un atto di eroismo difficile e duro per chiunque, santi compresi. L’ardire è grande. E ancora maggiore è l’audacia di incorporarsi a quelle persone e di rivolgere l’invito ad un «noi», che lo rende parte integrante di coloro che sono chiamati a perdonare, anche se lui non ha patito nulla di paragonabile, non ha nulla di così grave da perdonare, ma la sua “autorità morale” lo pone alla testa di questi eroici uomini di perdono, anche senza portare alcun dolore raffrontabile al loro. Egli pretende di dare l’esempio, anche senza essere in condizioni oggettive simili, condizioni che renderebbero esemplarmente credibile tale pretesa.

Nel medesimo giorno l’avvocato Andrea Castelnuovo di Torino, in nome e per conto del capo della comunità di Bose, inviava una lettera di diffida e minaccia di querela nei confronti di vari siti internet, colpevoli, a suo dire, di aver utilizzato abusivamente immagini, liberamente reperibili sulla rete e non coperte da copyright, del suo cliente e di averlo diffamato.

Indipendentemente dalla rispondenza al vero di tali accuse, rispondenza tutt’altro che evidente e, soprattutto, messa in dubbio dalla stessa genericità delle accuse formulate (senza riferimenti precisi), colpisce lo stridente contrasto tra l’eroico perdono richiesto alle popolazioni mediorientali e l’implacabile “sete di giustizia” (nella più benevola delle ipotesi) di Enzo Bianchi nei confronti di chi, al massimo, ne avrebbe leso il buon nome. Parrebbero esserci gli estremi per accusare il minacciato querelante di clamorosa incoerenza. Ma non è così. Le due parti di questa emblematica giornata si legano coerentemente nell’ideologia e nella fede religiosa del soggetto.

In quello che potremmo definire come post-Modernismo, vale a dire la banalizzazione di potere e la conduzione alle sue estreme conseguenze del Modernismo classico e della «Nouvelle Theologie», la Chiesa istituzionale deve essere abbattuta, per lasciare il posto ad una «Chiesa pneumatica», vale a dire totalmente carismatica, dove «lo Spirito soffi dove vuole», con accenti schiettamente gioachimiti. Questa è sicuramente la visione che caratterizza Enzo Bianchi, di cui è divulgatore instancabile; si potrebbe quasi dire che il fondatore della comunità di Bose sta al post-Modernismo come Piero Angela sta al Positivismo scientifico.

«Come nell’infinito lo Spirito Santo procede dal Verbo e nella creatura spirituale la volontà dall’intelletto, così la negazione di quella processione importa l’assorbimento della legge nell’amore. L’uomo avente la carità è libero dalla legge la quale è presa unicamente come ordine obbligante e coercitivo. Anzi si contrappone la legge allo spirito e se ne fa il carattere dell’uomo antico e il contrario del Vangelo. La dottrina cattolica viceversa insegna che l’amore contiene l’obbedienza alla legge e modella la volontà sull’ordine della legge» (Romano Amerio, Iota unum, n171). Gesù stesso dice ai Suoi discepoli «se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15).
L’assolutizzazione dell’amore ha come conseguenza la relativizzazione e soggettivizzazione della verità («ciascuno ha la sua verità e solo dal dialogo si può crescere nella comprensione reciproca») e, conseguentemente, dei dogmi, che debbono essere reinterpretati in modo da non essere «divisivi» ed il dialogo cessa di essere strumento di conversione degli acattolici, per divenire mezzo di reciproco arricchimento, quando non fine a se stesso. Di qui l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso, portati alle loro estreme conseguenze, con il passare sotto silenzio (nella migliore delle ipotesi) i dogmi cattolici che maggiormente possono urtare la sensibilità degli interlocutori o quella che come tale si presume.
Consegue da questa visione l’impossibilità di definire un’etica oggettiva, uguale per tutti ed a tutti imponibile: poiché, come la Chiesa insegna da sempre, la morale discende dal dogma, se i dogmi sono divenuti liquidi ed adattabili (nel senso che non solo possono, ma debbono essere adattati) all’interlocutore ed alla circostanza, a maggior ragione lo sarà la morale; le medesime azioni diverranno buone o cattive a seconda dei momenti e delle circostanze.

In questa “logica”, diviene perfettamente conseguente e perde tutta la sua contraddittorietà richiedere, da un lato, l’eroismo del perdono, quando il farlo può essere utile pars construens della positiva immagine della Chiesa della misericordia e priva di legge, e, dall’altro, reprimere, con tutta la durezza di cui si è materialmente capaci, coloro che, criticando uno dei principali banditori di tale Chiesa, pretenderebbero di difendere la Chiesa del passato, della legge e non aperta allo spirito, in una sorta di pars destruens.

La minaccia di querela non è da intendere, in questo contesto, come una riaffermazione del primato del diritto, sia pure statuale, come sarebbe stato nel Modernismo classico, ma come mero strumento pratico per mettere a tacere i nemici della nuova concezione di Chiesa. L’eliminazione della legge, sia morale che giuridica, dall’orizzonte della nuova etica dell’amore comporta un’applicazione ecclesiale della leniniana doppia morale o morale rivoluzionaria: senza nessuna considerazione per un qualsivoglia giudizio sulle azioni astrattamente considerate, diviene buono ciò che è utile all’affermazione della religione dell’amore (Lenin avrebbe detto della Rivoluzione) e cattivo ciò che vi si oppone.

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fonte: Corrispondenza Romana

Firenze, 16 luglio 2014

Carlo Manetti sarà a Firenze mercoledì 16 luglio per presentare la rivista di apologetica teologica ‘Fides Catholica’ fondata dall’ex priore della parrocchia di Ogissanti padre Serafino M. Lanzetta, allontano in seguito al commissariamento dei Francescani dell’Immacolata. All’incontro che si terrà alle ore 17 presso la Sala Collezioni del Consiglio Regionale della Toscana in via Cavour, 18 parteciperanno Giovanni Donzelli, capogruppo FdI in Regione; Pucci Cipriani, direttore di Controrivoluzione; Ascanio Ruschi, presidente della Comunione Tradizionale; Guido Scatizzi, colloboratore di Riscossa Cristiana.

Francescani dell’Immacolata. Domenico Rosa intervista Carlo Manetti

Chiesa e Tradizione

Parla lo studioso Manetti:

“Francescani dell’Immacolata perseguitati.

Il papa ne risponderà dinanzi a Dio”

Carlo Manetti sarà a Firenze mercoledì 16 luglio per presentare la rivista di apologetica teologica ‘Fides Catholica’

Ven, 11/07/2014 – 12:59 — Domenico Rosa

Immagine articolo - Il sito d'Italia

Dopo l’articolo “Francescani dell’Immacolata: Il Commissario Volpi liquida il diritto della Chiesa”, pubblicato sul sito di Corrispondenza Romana e ripreso da Riscossa Cristiana, dello scrittore Carlo Manetti, è tornata al centro del dibattito la vicenda dell’ordine fondato da Padre Manelli, la famiglia religiosa responsabile della parrocchia di San Salvatore in Borgo Ognissanti a Firenze. Manetti, curatore di un libro “Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata” (Edizioni Fede e Cultura) sarà a Firenze mercoledì 16 luglio per presentare la rivista di apologetica teologica ‘Fides Catholica’ fondata dall’ex priore della parrocchia di Ogissanti padre Serafino M. Lanzetta, allontano in seguito al commissariamento dei Francescani dell’Immacolata. All’incontro che si terrà alle ore 17 presso la Sala Collezioni del Consiglio Regionale della Toscana in via Cavour, 18 parteciperanno Giovanni Donzelli, capogruppo FdI in Regione; Pucci Cipriani, direttore di Controrivoluzione; Ascanio Ruschi, presidente della Comunione Tradizionale; Guido Scatizzi, colloboratore di Riscossa Cristiana.

In attesa dell’incontro fiorentino abbiamo intervistato lo studioso piemontese per conoscere meglio questa vicenda che da ormai un anno sta turbando il mondo cattolico.

Dott. Manetti, nel suo ultimo articolo lei parla delle violazioni del diritto canonico compiute dal commissario, p. Fidenzio Volpi. Questo però non è che un aspetto di una vicenda che appare nel suo complesso di difficile comprensione. Vuole farci una breve cronistoria di ciò che è accaduto?

La vicenda è lunga e tortuosa: mi proverò, quindi, a farne una breve sintesi, che risulterà incompleta e necessitante di approfondimenti su più punti, ma, spero, chiara ed obiettiva; se qualcuno volesse approfondire meglio la questione degli esordi e della conduzione prima della vicenda, può leggere il libro «Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata», che ho avuto l’onore di curare per Fede & Cultura, in cui sono raccolti i più importanti interventi giornalistici sul tema.

Tutto nasce da cinque Frati Francescani dell’Immacolata, che dissentono dal Padre fondatore e lo accusano di autoritarismo ed autoreferenzialità. La Congregazione per gli istituti di vita consacrata e per le società di vita apostolica, presieduta dal Cardinale João Braz de Aviz, invia un Visitatore Apostolico, Monsignor Vito Angelo Todisco, che chiede il commissariamento dell’Ordine, a conclusione di una visita canonica che definire “irrituale” è poco. Il Commissario Apostolico inviato è Padre Fidenzio Volpi, che, fin dal principio della sua missione, conduce un progressivo, anche se rapido, smantellamento dell’Ordine: chiusura di conventi, eliminazione del seminario, trasferimenti assolutamente arbitrari e punitivi di tutti i frati che hanno ricoperto ruoli importanti all’interno dell’Istituto, concentrazione di ogni autorità nelle mani proprie e di Padre Alfonso Bruno, definito, con ardito parallelismo storico, ma non senza fondamento, da Pucci Cipriani come il Quisling della situazione, oltre a un manipolo di collaborazionisti.

Mi par di capire dalla sua risposta che il commissariamento e le modalità con cui viene attuato non trovano di fatto giustificazioni. Tra i Francescani dell’Immacolata non sono accaduti scandali, non ci sono stati comportamenti o discorsi censurabili dal punto di vista della dottrina. Ma quali sono le motivazioni ufficiali delle autorità religiose?

La cosa che maggiormente sorprende è la totale assenza di accuse nei confronti di Padre Manelli e dei Francescani dell’Immacolata rimossi. L’unica cosa che viene imputata loro è quella di «non sentire cum Ecclesia». Già il tenore dell’accusa ricorda molto da vicino il concetto di «colpa d’autore», vale a dire il singolare reato presente, in tutta la storia dell’umanità, unicamente nel codice penale della Germania nazionalsocialista e nell’Unione Sovietica staliniana, che prevedeva la condanna di qualcuno che non si era macchiato di nessun crimine specifico, cioè non aveva tenuto nessuna condotta espressamente vietata dalla legge, ma era, per sua natura, non conforme al regime.

La vicenda ha superato i confini dei siti web cattolici e se non sbaglio è stata ripresa anche dalla stampa nazionale. Secondo lei c’è stata in proposito un’informazione corretta?

A parte coloro che hanno colto l’occasione per compiere atti, non richiesti, di adesione ad ogni cosa provenga dalla Santa Sede o sia da questa direttamente o indirettamente avallata e per cercare di colpire di cattolici fedeli alla Tradizione ed i megafoni di Padre Bruno (entrambe le categorie, debbo dire, molto limitate), la vicenda dei Francescani dell’Immacolata ha posto seri dubbi a molti, tra cui i maggiori vaticanisti, anche di parte laica, sull’operato del Commissario. Si sarebbe forse potuto dire di più e meglio, ma, sostanzialmente, è uscita abbastanza la verità.

La gente comune come ha reagito a questa vicenda?

C’è stato molto sbigottimento. Molto dolore. Ma direi che va crescendo il desiderio, composto, quasi “freddo” e, quindi, più profondo e duraturo nel tempo, di reagire, di dimostrare vicinanza a questi frati, la cui unica colpa è quella di pregare e fare penitenza, di vivere come la Chiesa ha sempre insegnato che debbono vivere dei religiosi, senza seguire le ultime mode ecclesiali.

A suo avviso, come si chiuderà il commissariamento? Lei pensa che l’ordine rischi di scomparire?

Non lo so, ma tutti gli indizi portano a concludere che il disegno sia proprio quello di smantellare l’Ordine, anche come esempio di normalizzazione e di nuovo clima ecclesiale, dove poco o nulla si tollera chi non si conforma al nuovo vento, chi prega troppo, come la Visitatrice apostolica ha rimproverato alle suore dell’Ordine.

Ma il Papa non potrebbe intervenire? Mi pare che l’avesse anche promesso ai familiari di Padre Manelli…

Finora ha sempre avallato tutto ciò che il Commissario ha fatto. Su questo punto (è l’unico) bisogna dire che Padre Volpi ha perfettamente ragione. Dopo la promessa di intervento fatta ai parenti di Padre Manelli, è intervenuto, ma per ribadire il suo appoggio all’azione del Commissario. Risponderà a Dio di questo, come io Gli risponderò di questa intervista e di tutto ciò che ho detto e scritto su questa triste vicenda.

Fonte: Il sito di Firenze

Francescani dell’Immacolata: Il Commissario Volpi liquida il diritto della Chiesa

Il 1° luglio scorso è uscita la seguente «Nota Ufficiale dell’Autorità dell’Istituto», a duplice firma del Segretario Generale, Padre Alfonso Maria Bruno F.I., e del Commissario Apostolico, Padre Fidenzio Volpi O.M.F. Capp., dei Frati Francescani dell’Immacolata:

«In considerazione di alcuni gravi abusi, che hanno nuociuto all’immagine ed alla stessa corretta vita religiosa dell’Istituto, si ricorda ai responsabili di tutte le Case Mariane che l’allontanamento, anche per brevi periodi, dei Religiosi ad esse assegnati può avvenire soltanto previa espressa autorizzazione scritta rilasciata dalla rispettiva Delegazione nazionale se il viaggio avviene nel suo ambito, oppure del Commissario Apostolico nel caso ci si rechi all’estero.

Queste disposizioni si applicano anche ai Reverendi Padri Guardiani e ai Vicari Responsabili.

A costoro è richiesta l’affissione di questa nota nell’albo di ogni Casa Mariana, la sua lettura alla Comunità e la puntuale esecuzione di quanto in essa disposto.

Roma,1 luglio 2014»

Ci sentiamo di sostenere che questa Nota rappresenta un ulteriore passo verso la degiuridizzazione della Chiesa. L’affermazione può apparire grave e sproporzionata, ma cercheremo di dimostrare come il valore del documento in parola vada decisamente oltre le vicende dell’Istituto fondato da Padre Stefano Manelli.

La questione del ruolo del diritto all’interno della Chiesa è uno dei nodi cruciali dello scontro tra la Tradizione cattolica ed il modernismo, anche se è tra i meno apertamente dibattuti. La Chiesa è stata voluta da nostro Signore Gesù Cristo come un societas perfecta, vale a dire una società bastante a se stessa, con, al suo interno, tutto ciò che le necessita. Ecco che il momento giuridico è fondamentale per ogni comunità umana, che, se non è regolata da uno proprio, deve mutuare quello altrui, cessando così di essere societas perfecta, per divenire societas imperfecta, debitrice ad altra società del proprio diritto. Di qui la tradizionale cura della Chiesa nei confronti del proprio diritto interno, con attenzione alle forme ed alle formalità, attenzione che, a prima vista, è anche potuta apparire eccessiva, ma che ha sempre svolto la duplice funzione di salvaguardare l’indipendenza del Corpo Mistico di Cristo, anche nella sua parte umana, e quella di dare maggiore concretezza e forza alla missione salvifica della Sposa di Gesù, poiché tale finalità è sempre stata presente nel diritto canonico come norma “supercostituzionale” diremmo noi oggi, attraverso il principio della salus animarum suprema lex.

Il modernismo ha, invece, tentato di privare la vita della Chiesa dell’aspetto giuridico, considerato inadatto ad accogliere la mutevolezza dell’ispirazione dello Spirito, in nome di un carismatismo, molte volte inespresso, tendente a giustificare o condannare le singole azioni, non in base a criteri di certezza del diritto, ma a seconda della loro adesione o meno alla linea del rinnovamento da esso perseguita, in una sorta di doppia morale leninista in salsa cattolica: quando la norma contraddice l’ansia di novità, essa non deve essere applicata, in quanto contraddice “l’ispirazione dello Spirito”; quando, invece, la medesima norma può aiutare a reprimere la Tradizione, pardon a «modernizzare la Chiesa», colpendo coloro che si oppongono al «vento di novità», allora deve essere applicata con estremo rigore, magari forzandola a ciò che serve.

Il diritto canonico, lungi dall’essere quell’oppressione formalistica di cui favoleggiano i modernisti, è la più concreta garanzia di concreta realizzazione della giustizia nella vita della Chiesa, perché mai una norma ingiusta potrà trovarvi applicazione, se non con un abuso e, quindi, con un crimine, anche sul piano squisitamente giuridico: la norma ingiusta non è mai vera norma, ma sempre azione antigiuridica, perché contraddice il diritto naturale, gerarchicamente sovraordinato alle norme positive (poste dal legislatore). Questo principio che è valido per tutti gli ordinamenti giuridici, anche per quelli che lo negano, nel diritto canonico è formalizzato in modo esplicito.

Ecco che l’eliminazione della giuridicità e la sua sostituzione con il carismatismo e la politicizzazione ideologica dell’agire, lungi dall’aprire spazi di libertà, consente i più clamorosi abusi.

E la Nota da cui siamo partiti ne è un clamoroso esempio. Le Costituzioni dei Francescani dell’Immacolata, al n. 70, recitano:

«I frati devono abitare nella propria casa religiosa osservando la vita comune e non possono assentarsene senza licenza del Padre guardiano. Se poi si tratta di un’assenza prolungata [per più mesi], il Ministro generale, con il consenso del suo Consiglio e per giusta causa, può concedere ad un frate di vivere fuori della casa dell’Istituto, ma per non più di un anno, a meno che ciò non sia per motivi di salute, di studio o di apostolato da svolgere a nome dell’Istituto (cf. can 665 § 1). Per un periodo più lungo è necessario l’indulto della Santa Sede».

Secondo il Galateo interno, poi, solo per andare all’estero si deve chiedere il permesso al Delegato nazionale (che funge da Provinciale).

Qual è la logica del combinato disposto delle Costituzioni e del Galateo interno? La validità delle motivazioni per cui un frate può lasciare la sua residenza abituale è decisa dall’autorità più vicina o, per essere più precisi, dall’autorità dal cui ambito il frate stesso esce: se lascia la casa e, quindi, esce dall’autorità del Padre guardiano, sarà quest’ultimo a dare il permesso; se deve andare all’estero e, dunque, sottrarsi all’autorità del Delegato nazionale, sarà questi ad autorizzarlo. La logica è così semplice da apparire banale: chi meglio della persona che ha autorità su un determinato ambito può mettere in relazione le esigenze del singolo frate con quelle dell’ambito da lui governato? Con l’ulteriore vantaggio che a decidere è chi è più vicino alla concreta situazione personale (del frate) e collettiva.

Che cosa dice, invece, la Nota: per gli spostamenti all’interno dello Stato, decide la Delegazione nazionale e, per quelli all’estero, addirittura il Commissario Apostolico.

Per il diritto canonico (le Costituzioni) il frate è una risorsa, un bene, una grazia di Dio, di cui può decidere di privarsi il responsabile dell’ambito che se ne priva. Per l’abuso (di seguito dimostreremo che la Nota è una violazione giuridica travestita da norma), invece, la presenza del frate in un determinato ambito è un pericolo, che può decidere di correre il responsabile dell’ambito in cui il frate diviene presente. Il diritto parte dalla fiducia nel soggetto, fino a prova contraria; l’abuso totalitario ed antigiuridico, invece, parte dalla sfiducia sistematica, contro la quale, addirittura, la prova contraria diviene, de facto, impossibile.

Il diritto è tutela delle persone, mentre la sua esautorazione è libertà di arbitrio per il detentore del potere, che non si vede più limitato, nel suo agire, dalla norma.

Più nello specifico, il Commissario può andare oltre le Costituzioni? Può violarle? Può modificarle? No, perché il Commissario è un Superiore generale pro tempore. E, se il Superiore generale potesse modificare a suo piacimento le Costituzioni, queste non avrebbero più alcun valore e si ridurrebbe la vita dell’Ordine alla pura soggezione all’arbitrio del Superiore. Altro che l’autoreferenzialità imputata a Padre Manelli!

Si potrebbe dire che l’autorità del Papa è superiore a quella delle Costituzioni e che, quindi, visto che Padre Volpi gode della fiducia del Pontefice, l’autorità del Santo Padre copre gli atti del Commissario. Ma questo è falso.

Non è l’autorità del Papa ad essere superiore a quella delle Costituzioni, ma sono gli atti papali ad essere superiori alle Costituzioni. È diverso, perché, indipendentemente dal fatto che la persona del Pontefice sia al corrente ed anche approvi l’operato di un suo subalterno (nel caso di specie del Commissario), gli atti di costui non saranno mai atti papali e, quindi, non potranno mai oltrepassare, violare o mutare le Costituzioni: se il Capo visibile della Chiesa lo vuole fare, è obbligato a farlo lui, con un atto proprio.

Si dirà che si tratta di formalismi. No! Si tratta delle più elementari norme di garanzia contro gli abusi. Le Costituzioni sono la codificazione scritta della vita dei membri di un Ordine religioso: violarle significa violare la loro vita, mutarle significa mutare la loro vita. È giusto che, se il Papa vuole farlo, sia costretto a farlo di persona, assumendosene tutta la responsabilità e che non possa essere lasciato questo potere a qualcuno che, almeno sul piano teorico, possa poi essere sconfessato domani dalla Santa Sede.

Come si vede, questa Nota non è solo una violazione del diritto, ma è una violazione palese; e questo essere palese (verrebbe quasi da dire ostentata) la rende un vero e proprio attentato a tutto l’ordinamento giuridico: è come se il Commissario dicesse: «Il diritto canonico non lo permette, ma la mia missione è superiore all’ordinamento giuridico, perché io godo della fiducia del Papa e, quindi, faccio ciò che ritengo opportuno, indipendentemente dalla legge».

Ancora una volta (e temiamo che non sarà l’ultima) la vicenda dei Francescani dell’Immacolata è fedele cartina di tornasole del grado di profondità raggiunto dalla crisi della Chiesa, crisi di cui l’eclissi del diritto è parte integrante tutt’altro che secondaria.

Carlo Manetti

Fonte: Corrispondenza Romana

Francescani dell’Immacolata. Quando posso, e quindi debbo, obbedire a un comando iniquo?

L’ultimo abuso compiuto dal Commissario Apostolico ai danni di p. Stefano M. Manelli ci pone di fronte a un problema fondamentale: quando è dovuta l’obbedienza a un ordine iniquo dato dall’autorità legittima e quando invece tale obbedienza diviene colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore.

di Carlo Manetti (*)

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ZZFFI3La questione dei Francescani dell’Immacolata rappresenta la più importante cartina di tornasole dello stato dell’attuale crisi della Chiesa: vi si concentrano questioni inerenti alla purezza della Fede, al problema dell’obbedienza, al problema della santificazione, al rapporto tra rigore della regola di un Ordine religioso e debolezze di alcuni suoi membri…

L’episodio che ha dato il destro per tornare a parlare di questa vicenda, mai chiusa e sempre in evoluzione (si dovrebbe dire, più correttamente, in involuzione), è stato l’ultimo abuso, in ordine di tempo, compiuto dal Commissario Apostolico, padre Fidenzio Volpi o.f.m. capp, ai danni di padre Stefano Manelli, quando gli ha negato il permesso di celebrare il Santo Sacrificio della Messa sulla tomba dei propri genitori, in occasione del suo 81º compleanno; il tutto splendidamente sintetizzato nel breve, quanto esaustivo articolo di Michele Majno. Oltre al sempre opportuno e degno di quotidiana meditazione ammonimento finale («indipendentemente dal fatto che lei ci creda ancora o no, le ricordiamo che, prima o poi, tutti dobbiamo render conto a Dio di ciò che abbiamo fatto»), mi pare particolarmente importante l’affermazione che «la cattiveria, la carogneria (particolarmente vivido, espressivo ed adatto al contesto che vuole descrivere il neologismo), oltre che cattiva è stupida, non ha motivazioni, se non quell’astio che consuma gli animi degli uomini che si nutrono dei sentimenti peggiori». In essa, viene posto in rilievo come ogni abuso, ogni malvagità altro non siano che l’irrazionale ossequio che la persona resa schiava dalle proprie passioni rende a queste, in una sorta di delirio autodistruttivo e spiritualmente suicida; ecco che appare, in tutta la sua evidenza, come la durezza, l’intransigenza e «le armi del rigore» nei confronti dell’errore e del male altro non siano che la vera carità nei confronti dell’errante e del peccatore.

Appare, quindi, evidente come ogni concessione al mondo ed al suo spirito sia, nella concretezza dei fatti, un passo su quel pendio scivoloso che conduce, dalla verità dottrinale ed etica[1], al baratro dell’errore e della perversione, travolgendo, innanzitutto, coloro che vi si accodano. A questo riguardo, molto bella e la disamina, a contrario, fatta da padre Ariel Stefano Levi di Gualdo, che mette molto bene in luce come la cattiveria e la stoltezza del superiore possono e, entro certi limiti, debbano divenire strumento di santificazione per il subalterno.

Si apre qui il grande tema dell’obbedienza all’ordine ingiusto: quando io posso e, quindi, debbo obbedire ad un comando iniquo datomi dalla legittima autorità?

Innanzi tutto, occorre distinguere tra riconoscimento / disconoscimento della legittimità dell’autorità e obbedienza / disobbedienza ad un comando specifico della persona che la incarna. La valutazione della legittimità dell’autorità è indipendente dal giudizio sui suoi singoli atti: un’autorità è legittima quando il suo potere deriva da una causa legittima, indipendentemente dall’uso che di questo potere le persone che la detengono fanno. Lo stesso tirannicidio non è, necessariamente, disconoscimento della legittimità del potere del tiranno: può esserlo e, in questo caso, costituisce il mezzo estremo per il ristabilimento dell’autorità legittima; ma può essere anche solo lo strumento estremo per impedire che un’autorità legittima abusi del proprio potere e, in questa fattispecie, è una forma di legittima difesa collettiva, che non disconosce l’autorità di chi la esercita abusandone, ma mira unicamente ad impedire l’abuso.

Ne consegue, dunque, che di per sé l’atto di disobbedienza non mette mai in discussione la legittimità dell’autorità cui si disubbidisce; questo avviene solamente quando la motivazione e/o la giustificazione della disobbedienza non risiede nell’iniquità del comando, ma nell’illegittimità di chi lo ha dato. E questo principio si estende a tutte le autorità umane, fino al Sommo Pontefice compreso: San Paolo, Sant’Atanasio, Santa Caterina da Siena, Monsignor Lefebvre… contestarono atti e comandi di singoli Pontefici, ma non ne posero mai in discussione la legittimità; tutti coloro che, invece, si richiamano, a vario titolo e con diverse accentuazioni, al cosiddetto «sedevacantismo» fanno discendere (in totale contrasto con la Tradizione cattolica) da atti illegittimi l’illegittimità dell’autorità che li compie, ma, ringraziando Dio, si tratta di elementi larghissimamente minoritari.

Molto importante è mantenere chiara questa distinzione, perché la contestazione di singoli atti e/o comandi dell’autorità, anche suprema, è perfettamente compatibile con la Fede cattolica e la permanenza nella Chiesa, mentre il disconoscimento della legittimità della gerarchia, a maggior ragione se esteso fino ai suoi vertici, pone automaticamente fuori del Corpo mistico di Cristo.

Chiarito questo punto, rimane da vedere quando sia legittima, se non doverosa, la disobbedienza ad un comando proveniente da un’autorità legittima.

È possibile obbedire ad un ordine iniquo quando nel farlo si sacrificano unicamente diritti propri e disponibili, non è legittimo farlo quando, nell’adempimento di tale comando, si compromettono diritti altrui (a maggior ragione se di Dio) o diritti propri non disponibili, tenuto conto delle circostanze in cui ci si trova. Ecco che l’obbedienza ad un ordine iniquo può divenire grandemente meritoria, se ci si trova nel primo caso, ma anche colpevole complicità con l’iniquo comportamento del superiore, se ci si trova nel secondo.

Applicando questi principi alla vicenda dei Francescani dell’Immacolata, possiamo affermare che padre Stefano Manelli, obbedendo all’iniquo ed irrazionalmente crudele divieto di visitare la tomba dei suoi genitori, divieto impostogli dal Commissario Apostolico, ha dato ulteriore prova di virtù e di desiderio di santificazione, sfruttando l’oggettiva malvagità del suo superiore pro tempore quale strumento del proprio perfezionamento spirituale e della propria partecipazione alla croce di Nostro Signore Gesù Cristo.

Discorso diametralmente opposto deve essere fatto per altri comandi dello stesso Commissario, quale, ad esempio, l’imposizione di quello che è stato battezzato da molti commentatori come il «giuramento modernista», che, quanto meno per allusioni e calibrati silenzi, voleva indurre al disprezzo della Messa di sempre. In questo caso, ovviamente, l’essersi piegati a tale iniqua imposizione avrebbe comportato una complicità nella diffusione di un «sentire cum Ecclesia», se non propriamente eretico, certamente eretizzante. Consolante è che la stragrande maggioranza dei destinatari di tale ordine ha deciso di non rendersi complice del Commissario.

Sopportare le persecuzioni per obbedire a Dio prima che agli uomini è sempre glorioso, ma quando queste persecuzioni giungono dagli uomini che incarnano la legittima autorità all’interno della Chiesa, allora, oltre al coraggio ed al disprezzo del mondo, viene richiesta, a questi eroici resistenti per Dio, una particolare lucidità di Fede, che palesa al mondo la particolare assistenza dello Spirito Santo, di cui sono oggetto.

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[1] La loro inscindibilità è assoluta, nel senso che la devianza dottrinale conduce sempre ed inevitabilmente non solo all’immoralità, ma all’immoralismo positivo (esaltazione del male come bene e condanna del bene come male), anche quando si ammanta di una presunta superiorità etica; si pensi, a titolo di esempio, a come i giansenisti, celebri per il loro rigore morale (sarebbe più corretto dire moralistico), siano oggi parte integrante dell’eretica Chiesa di Utrecht, che benedice le “nozze” omosessuali.

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(*) Carlo Manetti è curatore del libro “Un caso che fa discutere. I Francescani dell’Immacolata“, edito da Fede & Cultura

Sestriere (TO), 4 gennaio 2014

L’Associazione John Henry Newman organizza il convegno “Il sonno della ragione genera mostri”, con il Professor Daniele Vallino ed il Dottor Carlo Manetti come relatori, sulle mostruosità della deriva irrazionalistica contemporanea, fino alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’educazione sessuale in Europa, a partire dall’asilo nido (0-4 anni).

Setriere – Chiesa di Sant’Edoardo – Piazza Agnelli

Sabato 4 gennaio 2014, ore 21

Un caso che fa discutere: i Francescani dell’Immacolata

Un caso che fa discutere: i Francescani dell’Immacolata

(a cura di Carlo Manetti)

Fede&Cultura, Verona 2013, p.234, € 19

 

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Recensione di Attilio Conte

Nell’estate del 2013 è esploso il “caso” dei Francescani dell’Immacolata, inopinatamente “commissariati” dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata. Sulla vicenda è appena apparso un volume a più mani, curato da Carlo Manetti ed intitolato Un caso che fa discutere: i Francescani dell’Immacolata, (Fede&Cultura, Verona 2013, p. 234, € 19) che offre un quadro delle posizioni che sono state prese a livello mediatico.

In altre parole, anziché ricostruire freddamente la vicenda “in terza persona”, Manetti ha raccolto direttamente i commenti (oltre che, naturalmente, i documenti) che hanno accompagnato l’evolversi della situazione. Notevoli le “penne” impegnate nel difendere la congregazione: Corrado Gnerre firma due pezzi, prima evidenziando la contraddizione di una Chiesa che, in nome di S. Francesco, colpisce chi ne applica più fedelmente la regola, quindi sottolineando alcune contraddizioni della Chiesa attuale, tra cui il paradosso dell’anticlericalismo-clericalista (con sacerdoti che si fanno insegnare la dottrina dai laici e poi pontificano su questioni politco-amministrative) oppure quello dell’antiautoritarismo-autoritarista (sacerdoti e vescovi ribelli ai superiori, ma inflessibili con i subordinati); il vaticanista Sandro Magister sottolinea il fatto che il commissariamento è avvenuto in contrasto con il “motu proprio” Summorum Pontificum di Benedetto XVI; Gnocchi&Palmaro difendono il diritto dei Francescani dell’Immacolata a seguire la propria spiritualità che li porta verso la liturgia tradizionale; Pucci Cipriani indica come causa scatenante, più che la Messa in rito antico, le critiche al Concilio Ecumenico Vaticano II, soprattutto con la pubblicazione da parte della casa editrice legata alla Congregazione di un saggio su questo tema di mons. Brunero Gherardini; Marco Bongi si dice esterrefatto dalla leggerezza con cui vengono accolte da un lato le affermazioni del cardinal Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Biblica, che ha preso posizioni dubbie sul tema della verginità della Madonna, e dall’altro l’intransigenza dimostrata nei confronti dei Francescani dell’Immacolata; gli fa eco Lorenzo Bertocchi che parla, senza mezzi termini, di «forti con i deboli e deboli con i forti»; Francesco Colafemmina non risparmia strali a chi ha sostituito il fondatore nella guida dei FI, che ha a suo parere diretto responsabile dell’accaduto; e Mauro Faverzani lo affianca con il suo invito, rivolto ai frati «dissidenti» (e vincenti) ed al loro sito, ad una rilettura della vita di S. Francesco – a patto però che questa volta sia completa, per non trasformare il Santo di Assisi nel simbolo di ciò che non è, come un campione del dialogo con l’islam. Sulle colonne de “Il Foglio”, Francesco Agnoli cerca la causa del commissariamento soprattutto nelle invidie “interne”; Cristina Siccardi rilegge il questionario interno redatto dai frati, facendo notare (a suon di cifre) come la maggioranza dei confratelli non abbia apprezzato il commissariamento, ritenendolo inutile se non dannoso; Gianni Turco parla di «conformismo ideologico», più che di “sensus Ecclesiae” e Roberto de Mattei interviene con alcuni articoli di carattere prevalentemente storico e dottrinale. Ognuno dei circa quaranta interventi è preceduto da una breve nota che ne indica sinteticamente i contenuti e presenta il suo autore: ai nomi citati vanno doverosamente aggiunti quelli di Maria Pia Ghislieri, Andrea Sandri, Alessandro Speciale, il blogger Roberto ed Enrico, fondatore del sito Messainlatino.it.

L’andamento del volume è, per forza di cose, rapsodico, ma il curatore non ha voluto, come accennato, semplicemente ricostruire la vicenda in maniera asettica, quanto far sentire la profondità dello sdegno suscitato nella comunità cristiana che ha avuto modo di conoscere e stimare i Francescani dell’Immacolata e che ritiene – come la maggioranza dei frati stessi – assolutamente fuori luogo il commissariamento: se si fosse voluto modificare qualche elemento del carisma francescano, sostengono, sarebbe bastato un capitolo straordinario della congregazione, e nulla più. Le cose sono andate diversamente ed hanno preso le forme di una vera e propria persecuzione. Il che non sarebbe di per sé gravissimo – il Cristiano deve essere pronto ad essere perseguitato in nome di Cristo – se in questa vicenda non fossimo di fronte a quello che Massimo Viglione definisce «il dolore cui non ci si abitua»: vale a dire quello che, anziché provenire da nemici dichiarati, giunge dai nostri stessi sodali.

Fonte: Corrispondenza Romana

Firenze, 20 dicembre 2013

Presentazione del libro “Un caso che fa discutere: i Francescani dell’Immacolata” edito da Fede & Cultura.
Dopo il saluto del Consigliere Regionale Giovanni Donzelli, Presidente del Gruppo Consiliare Fratelli d’Italia, seguirà l’introduzione di Ascanio Ruschi, Presidente della Comunione Tradizionale, e Pucci Cipriani, Direttore di “Controrivoluzione”.
Presentano il libro: Il curatore Carlo Manetti, il Direttore di Riscossa Cristiana Paolo Deotto, il Preside della Facoltà di Storia dell’Università Europea di Roma e Presidente della Fondazione Lepanto Roberto de Mattei.
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Murello (CN), 5 aprile 2013

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