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I tradizionalisti, accusati di protestantesimo, protestano.

Il post di Andrea Tornielli sul ‘protestantesimo tradizionalista’ continua, com’era prevedibile, a suscitare repliche anche molto vigorose. Come quella che ci invia il dott. Carlo Manetti, che di seguito riportiamo. Non prima di aver segnalato anche le osservazioni in merito di Chiesa e postconcilio, di Fides et forma, di Una Fides e di Libertà e persona (sperando di di non dimenticarne altre).
Debbo dire che l’articolo “Liturgia e il “protestantesimo” tradizionalista” apparso sul blog del dottor Tornielli ed a firma del medesimo, inanella errori in sequenza.
Si parte con l’ironia sulla definizione di “Messa di sempre”, riferita alla forma straordinaria del Rito Romano, volgarmente nota come “Messa di San Pio V” o “Messa tridentina”. Leggendo un qualunque buon manuale di storia della Liturgia, si può verificare come quel rito risalga, sia pure con progressivi aggiustamenti, che, però, non ne alterano la struttura, al IV secolo. Ecco che parlare di “Messa di sempre”, in riferimento alla ripetizione incruenta del Sacrificio del Calvario, è semplice rispetto della storia.
Scrivere, inoltre, che “Rispetto a qualche anno o decennio fa, gli abusi sono notevolmente diminuiti” pare essere figlio di un’ingenua “fede” nel progresso naturale dell’uomo; a mo’ di esempio di ciò, indichiamo la blasfema e sacrilega Messa dei giovani, celebrata dal Primate d’Austria, Cardinale Christoph Schönborn, il 17 novembre 2008, di cui si può trovare, se si resiste ad assistere a tanta profanazione, video-testimonianza a questo link. Che il Primate della “cattolicissima” Austria giunga a tanto mi pare una novità non proprio nel segno del contenimento degli abusi liturgici.
“Chi permette a molti tradizionalisti – sulla base del fatto che il Vaticano II non ha pronunciato nuovi dogmi – di declassare il Concilio come “pastorale” […]?” ci si domanda nell’articolo. “Ma chi bene osserva questo prevalente interesse del Concilio per i valori umani e temporali non può negare che tale interesse è dovuto al carattere pastorale, che il Concilio ha scelto quasi programma” risponde Paolo VI nell’Allocutio di chiusura del Concilio (7 dicembre 1965). Il fatto che il Vaticano II sia stato l’unico Concilio Ecumenico pastorale (senza virgolette) non lo dicono i “tradizionalisti” (qui le virgolette ci vogliono, perché seguace della Tradizione e tradizionalista sono due cose diverse), ma il Discorso conclusivo del Concilio stesso, sua sintesi autentica, fatta dal Papa che lo ha chiuso. Qui il papismo del Nostro (e non solo suo) appare simile all’amore paterno delle due figlie maggiori di Re Lear di shakespeariana memoria.
Una perla è confondere sequela della Tradizione ed ostilità ad ogni riforma. Dando per dogmaticamente assodato questo errore, si arriva a sostenere che, con il medesimo criterio con cui si criticano alcune affermazioni del Concilio Vaticano II, si potrebbe definire san Pio X come modernista, visto che è stato uno dei più grandi riformatori della storia della Chiesa. Prescindendo dal suo vero significato, si usa il termine modernista per assonanza, come colui che compie una qualunque riforma. Modernista è chi asserve il Cattolicesimo alle scienze umane moderne (la Fede alla scienza, il potere petrino a quello politico, l’antropologia cattolica a quella kantiano-illuminista e via discorrendo); non chi elimina le incrostazioni mondane e le influenze ereticali dalla Chiesa, come il Concilio di Trento prima e san Pio X poi, è modernista, ma chi le vuole conservare. Esiste anche un modernismo conservatore.
“[…] il dogma dell’infallibilità papale […] rappresenta un incontestabile sviluppo della Tradizione”. Definire un dogma (esempio quello dell’infallibilità papale) come uno sviluppo della Tradizione è tanto come dire che il Papa che lo dichiara (Pio IX) ha “sviluppato”, quindi modificato per ampliamento, la Tradizione. I dogmi non sono creati, fatti dai Papi, ma da loro dichiarati, ufficializzati; i dogmi, tutti, sono già parte del Depositum Fidei, prima della loro formalizzazione papale: la Fede è “ciò che è ammesso da tutti, ovunque e sempre”, secondo la bella definizione di san Vincenzo di Lérins.
Non c’è nulla di protestante nell’anteporre il principio di verità a quello di autorità, perché tutta la Chiesa (e, quindi, anche il primato petrino) ha come fine la salvezza delle anime (salus animarum suprema lex), intesa come la salvezza di ogni singola anima, e tale fine è raggiungibile solo nella verità. Quello che nell’articolo in parola si definisce cattolico è la caricatura del cattolico fatta, a fini di scherno, dai protestanti: per dirla in termini moderni è uno yes man religioso. L’obbedienza non è rinuncia al pensiero, ma Fede vissuta e, quindi, è dovuta a Dio e, per obbedienza a Lui, agli uomini.
Carlo Manetti
Fonte: Blog Messainlatino

Gli osseti

 

Gli Osseti sono una popolazione indo-europea, discendente dagli Alani, popolo guerriero, che, al seguito di Attila, terrorizza l’Occidente romanizzato e, secondo alcuni, addirittura dagli Sciti, di cui parla Erodoto. Si stabiliscono nel Caucaso all’inizio dell’era cristiana; sono agricoltori e pastori seminomadi; nel VI secolo diventano definitivamente sedentari.

A partire dal IX secolo l’Alania, come allora è conosciuta l’Ossezia, è, nell’ambito caucasico, un regno potente, che trae profitto dall’essere sulla “via della seta”. Gli Osseti sono cristiani e dipendono dal Patriarcato di Costantinopoli, da cui provenivano i missionari che li hanno convertiti. Questo è il momento di massimo splendore.

Nel XIII secolo, quelli che sono ormai noti come Osseti subiscono le invasioni dei Mongoli e dei Tartari, che ne decimano la popolazione. I Georgianied i Circassi ne riducono, quindi, il territorio a quello dell’attuale Ossezia e li rendono tributari. La struttura sociale osseta si modifica in senso feudale, con una progressiva frammentazione in potentati in guerra tra loro e vassalli delle due popolazioni egemoni. È allora che nasce l’”aul”, il tipico villaggio fortificato addossato a speroni rocciosi e sovrastato da alte torri di vedetta.

Nel XVII secolo i Kabardiani, una popolazione caucasica musulmana, introduce l’Islam in Ossezia, ma le incursioni del Kanakato di Crimea, potentato mongolo ed islamico dell’area, e dell’Impero ottomano spingono gli eredi degli Alani ad appoggiarsi progressivamente alla potenza cristiana crescente nell’area:la Russia. L’Ossezia è tra le prime aree del Caucaso ad entrare nell’Impero degli Zar, nel 1774; la sua capitale, Vladikavkaz, diviene il primo avamposto russo nella zona. Il controllo russo dell’Ossezia è completato nel 1806.

La dominazione russa porta un grande sviluppo sia economico che culturale. Nascono industrie e, soprattutto, vengono creati collegamenti stradali e ferroviari (comela linea Vladikavkaz-Rostovsul Don). La cultura osseta subisce un processo di russificazione, che, però, comporta un suo sviluppo anche per i contatti con l’Occidente che favorisce; verso la fine del XVIII secolo sono stampati i primi libri in osseto. I rapporti conla Santa Terradi Russia segnano molto lo spirito osseto, facendo sentire questo piccolo popolo come parte della missione salvifica della Russia cristiana. E questo sentimento pervaderà sempre la Storia di questa popolazione fino ai tragici eventi di Beslam e certamente oltre.

Per tutto il periodo zarista, i rapporti con i Russi rimangono ottimi. Durante la Rivoluzione d’ottobre, gli Osseti si schierano massicciamente al fianco della Monarchia prima e delle Leghe bianche poi, al contrario delle popolazioni musulmane dell’area, Ingusci e Ceceni in testa, che, invece, appoggiano massicciamente i bolscevichi. La presa del potere da parte di Lenin significa, per gli osseti, subire massacri, deportazioni e confische di terre e beni ad opera dei nemici musulmani di sempre, Ingusci e Ceceni, e la divisione dell’Ossezia trala Repubblica Federativa SocialistaSovietica di Russia ela Repubblica Socialistadi Georgia. Gli Osseti vedonola loro Patriadivisa e ne vedono metà consegnata ai Georgiani, i loro più antichi nemici. Ma neppure l’appoggio dato dal nuovo potere russo a tutto ciò riesce a cancellare l’affetto e la dedizione osseti perla grande Madre Russia.Tanto è vero che, quando Stalin, per rispondere all’Operazione Barbarossa (l’invasione italo-tedesca), lanciala Grande Guerra Patriotticae chiama alla difesa della Sacro suolo russo, questo piccolo popolo accorre e combatte contro i tedeschi, che nel novembre 1942 vengono respinti, mentre cercavano di prendere Vladikavkaz. Gli Ingusci ed i Ceceni, invece, cedono alle lusinghe filo-islamiche della propaganda nazista e si schierano con gli invasori.

Finitala guerra Stalinpunisce le popolazioni “traditrici” e procede alla deportazione dei Ceceni e, in parte, anche degli Ingusci, restituendo agli Osseti le terre che erano state loro sottratte dopo la vittoria dei bolscevichi. Ma questo dura poco: con la morte di Stalin (1953) e la destalinizzazione voluta da Krusciov, ai Ceceni ed agli Ingusci vengono restituite le terre loro sottratte dal dittatore georgiano, a spese degli Osseti.

Fino all’implosione dell’Unione Sovietica, la situazione si stabilizza, ma l’odio tra Osseti, da un lato, e Ceceni ed Ingusci, dall’altro, cresce, in maniera sorda e costante. Con il crollo dell’Urss, le Repubbliche acquistano l’indipendenza e, quindi, l’Ossezia si ritrova divisa tra due Stati sovrani (la Russia e la Georgia). Nel caos che accompagna questa svolta storica, Ingusci e Ceceni cercano di strappare con la violenza ulteriori terre agli Osseti. Ne nasce una piccola guerra, che Mosca, sia pur tardivamente, reprime, permettendo al suo più fido alleato nell’area di conservare la sua integrità territoriale, almeno nella parte russa.

Nell’Ossezia meridionale, in mano a Tbilisi, i georgiani tentano un processo di assimilazione forzata, che porta alla rivolta osseta, con proclamazione dell’indipendenza. La reazione georgiana è violentissima e solo l’intervento delle truppe russe impedisce un vero e proprio genocidio. Oggi l’Ossezia meridionale è di fatto indipendente, ma attende di diventarlo di diritto, per potersi unire ai fratelli del nord ed entrare a far parte della Russia. La caratteristica del nazionalismo osseta è proprio quella di non ricercare l’indipendenza, ma di perseguire l’annessione a Mosca. Desiderio certo più vicino dopo la reazione russa all’ingresso delle truppe georgiane nell’Ossezia del Sud (7 – 12 agosto 2008) ed il riconoscimento di Mosca della sua indipendenza (26 agosto 2008), con relativo accordo militare tra i due Stati.

In conclusione, gli Osseti sono un piccolo popolo cristiano circondato da nemici, a cui l’integralismo islamico non perdona di essere tornati alla sequela di Cristo dopo essere stati islamizzati, dimostrando che la conversione all’Islam non è definitiva, come non lo è quella a qualunque religione. Ma questo è un precedente importante, che tende ad incrinare l’inevitabilità della progressiva conversione di tutto il genere umano al credo di Maometto.

 

 

L’inevitabile integrazione

«Viviamo in un mondo che è destinato al pluriculturalismo, dove l’emigrazione è un fatto e, quindi, bisogna accettarla, saperla gestire. Allo stesso tempo, però, chi viene da noi deve imparare ad accettare le leggi e gli standard della nostra società, soprattutto per quanto riguarda i diritti umani».

QUI è possibile scaricare l’intero articolo in formato Pdf.

Al Qaeda

Osama Bin Laden, nato a Ryad il 10 marzo 1957

 

Terrorismo internazionale di matrice islamica ed Al Qaeda si identificano? Che cosa è l’organizzazione di Osama bin Laden? Quali finalità persegue e con quale strategia? Di quali appoggi gode e quali sono le sue fonti di finanziamento?

Il terrorismo internazionale di matrice islamica è un genus di cui Al Qaeda è una species. Esistono organizzazioni terroristiche islamiche che non fanno direttamente capo a La Base; si pensi, ad esempio, al Gia (Gruppo islamico armato) algerino. Ma tutte entrano nella sua trama. Ogni movimento terroristico a livello mondiale diviene, consciamente o inconsciamente, una pedina della partita che l’organizzazione in parola gioca contro l’Occidente. È il ruolo i marxisti si erano ritagliati a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Ogni movimento insurrezionale veniva sfruttato come cavallo di Troia per la conquista del potere. Dato che essi avevano una migliore organizzazione, una più ferrea disciplina di partito ed una maggiore motivazione, non temevano gli antagonisti nel medesimo campo, che, anzi, servivano ad allargare la base del consenso nel momento insurrezionale, per essere, poi, eliminati una volta preso il potere. E, quando non si giungeva a prendere il potere, servivano per indebolire le potenze capitalistiche, in attesa di momenti migliori. È la medesima strategia dell’ex imprenditore di successo saudita: ogni attentato e, a maggior ragione, ogni organizzazione terroristica indebolisce l’egemonia occidentale, quanto meno perché colpisce l’economia mondiale, che, come noto, ama la pace e la sicurezza dei traffici. Dal caos, poi, Al Qaeda è certa, con la protezione di Allah, su cui conta, di prendere il potere, prima nel mondo islamico, da cui, poi, partire alla conquista planetaria.

Al Qaeda è un’organizzazione terroristica internazionale che unisce grande disciplina e notevole decentramento. La sua ideologia è il wahabismo, che nasce nel XVIII secolo come ritorno alla purezza e rudezza della religione del Profeta, contro gli “imborghesimenti” ed i compromessi portati dalla Storia ed è l’idea fondativa della monarchia saudita. Questa visione reazionaria del mondo è, però, portata avanti con l’utilizzo di tutte le tecniche occidentali più moderne, si pensi, ad esempio, all’uso massiccio fatto di Internet, il tutto unito ad un fortissimo rigorismo etico, con il duplice scopo di esaltare la motivazione degli adepti e di accrescere il potere delle strutture di vertice, ampliandone il controllo.

La finalità ultima  del movimento è la creazione del Califfato mondiale, con tutta l’umanità convertita all’Islam e da esso governata. Per realizzare ciò, il primo passo è la restaurazione in una parte del mondo islamico del Califfato, che si dovrà, poi, estendere a tutti i credenti nel Profeta. L’unità dell’Islam diviene, così, il presupposto per la conquista e la sottomissione dell’intera umanità.

Il nemico naturale di tale disegno è l’Occidente, sia in quanto attuale potenza egemone, sia per la sua stessa natura etica, politica ed economica. Sul piano etico, il portato cristiano della centralità della persona umana è incompatibile con il wahabismo. La sua conseguenza politica, vale a dire le libertà connesse al rispetto dell’individuo, è inconciliabile con la visione intimamente totalitaria di un regime che non distingue tra religione, morale e politica ed in cui ogni comando è di carattere religioso e di diretta o indiretta provenienza divina. Medesimo discorso vale per il libero mercato e per le libertà economiche.

Nella lotta contro l’Occidente Al Qaeda può contare sull’alleanza di tutti i nemici di quello (con la parziale eccezione della Cina che non apprezza il fondamentalismo islamico, forse per i suoi problemi nello Xinjan, dove sta reprimendo la rivolta dei musulmani uiguri) e di connivenze ed appoggi in ampi strati delle classi dirigenti di molti paesi islamici. Tra queste aderenze quelle più vistose riguardano, senza dubbio, una parte della famiglia reale saudita, cui gli attentati sul sacro suolo arabo possono fare comodo nello scontro per il potere a Rihad.

Le fonti di finanziamento sono diverse. Il punto di partenza è l’immensa ricchezza personale di bin Laden, che ha permesso di costruire un sistema di finanziarie che svolgono il ruolo delle banche, ma nell’osservanza del precetto cranico che vieta il pagamento di un tasso di interesse. Vi sono poi le offerte (libere o estorte, a seconda dei casi) dei musulmani in tutto il mondo, offerte fatte ad associazioni caritative islamiche legate all’organizzazione. Il traffico di stupefacenti e la tratta dei clandestini (come recenti sviluppi investigativi, anche in Italia, paiono avvalorare) chiudono il cerchio. Dopo l’11 settembre 2001 le Nazioni Unite hanno cercato di mettere un freno con controlli più stringenti, ma i risultati sono stati molto scarsi, tanto che la stessa commissione del Palazzo di vetro a ciò preposta ammette il sostanziale fallimento, soprattutto per la mancata collaborazione di alcuni Paesi.

Pare assurdo che un’organizzazione privata del Terzo mondo possa divenire l’antagonista globale dell’unica superpotenza rimasta e dei suoi alleati. Ma l’uso spregiudicato della guerra asimmetrica, fiumi di denaro e capacità di ricatto presso molti Governi ne fanno un nemico temibile, anche se portatore di un’idea politico-religiosa che la Storia ha già condannato.